Il 17 aprile Giorgia Meloni ha varcato la soglia della Casa Bianca per incontrare Donald Trump. Un bilaterale “cordiale e produttivo”, come si usa dire nei comunicati ufficiali. In realtà, è stato un viaggio tutto in salita. La premier italiana ha portato a Washington un messaggio chiaro: l’Occidente deve restare unito. Ma davanti a sé ha trovato, ancora una volta, un’America che ascolta quando vuole e agisce come le pare.
Nel corso dell’incontro si è parlato di commercio, difesa, Ucraina ed energia. Temi cruciali, ma dominati da un’antica verità geopolitica: gli Stati Uniti non cercano alleati, cercano consensi temporanei. L’Europa, che da decenni funge da “provincia nobile” dell’impero americano, continua a illudersi di poter influenzare la rotta di Washington. La Meloni non fa eccezione.
Sui dazi, un muro sottile ma solido
Uno dei temi più delicati è stato il commercio. Meloni ha provato a evitare lo spettro di nuove guerre doganali tra USA e Unione Europea. Ha parlato della necessità di abbattere le barriere, di restare un blocco coeso, competitivo e pacifico. Trump, dal canto suo, ha ascoltato con cortesia. Ma resta lo stesso uomo che da presidente ha alzato dazi su acciaio, alluminio e prodotti agricoli europei con la stessa naturalezza con cui manda un tweet. La disponibilità americana a “rivedere” i rapporti economici con l’Europa non è mai stata un invito, ma un diktat. meloni-trump.
Sul piano della difesa, il discorso è ancor più netto. Meloni ha promesso un aumento della spesa militare italiana fino al 2% del PIL, come richiesto dalla NATO. Ma è un gesto che non sposta i pesi in gioco. Trump, e l’America in generale, vedono l’Alleanza come uno strumento al proprio servizio. Quando serve, si invoca la solidarietà atlantica. Quando non conviene, la si diserta. L’Italia – e l’Europa – finanziano, ma non comandano.
Ucraina ed energia: la linea americana prevale
Anche sulla guerra in Ucraina, le distanze restano. Meloni ha difeso il sostegno a Kiev, mentre Trump continua a parlarne come di un conflitto inutile e troppo costoso. Il rischio? Che Washington, stanca o distratta, decida di lasciar sola l’Europa a gestire la crisi. Quanto all’energia, l’Italia guarda al gas naturale liquefatto americano, ma anche qui le regole le detta chi esporta, non chi compra.
Meloni ha cercato di presentarsi come interlocutrice credibile, portavoce di un’Europa che non vuole dividersi né farsi tirare per la giacca. Ha lanciato l’idea di un Occidente unito, equilibrato, non dominato. Ma è una visione che cozza con la realtà dei rapporti di forza. Gli USA non condividono il potere: lo esercitano.
Conclusione: chi detta l’agenda?
L’incontro ha avuto il merito di riaprire il dialogo. Ma dietro la retorica dell’amicizia atlantica resta il nodo politico di sempre: l’Europa è ancora – e forse sempre sarà – un satellite del potere americano. Meloni potrà anche provarci, ma convincere Washington a trattare da pari gli “alleati” europei richiederà ben più di una stretta di mano alla Casa Bianca. meloni-trump.
