Due magistrati – uno in pensione, l’altro in servizio – sono oggi al centro di una delle inchieste più delicate e potenzialmente devastanti per l’immagine della magistratura italiana. Si tratta di Mario Venditti, ex procuratore aggiunto di Pavia, e Pietro Paolo Mazza, oggi in servizio a Milano ma per anni figura centrale nello “stanzone” delle intercettazioni pavese.
Entrambi sono indagati dalla procura di Brescia con accuse gravissime: corruzione in atti giudiziari e peculato. E le loro vicende si intrecciano pericolosamente con uno dei cold case più noti degli ultimi vent’anni: l’omicidio di Chiara Poggi a Garlasco.
Le accuse: favori, auto e contratti truccati
Secondo la ricostruzione degli inquirenti bresciani, alla procura di Pavia avrebbe operato per anni un sistema parallelo. L’indagine ipotizza una gestione spregiudicata di appalti e risorse pubbliche: dalla fornitura di strumenti per intercettazioni alla flotta di auto usate durante le indagini.
Auto che, secondo l’accusa, venivano poi acquistate dai magistrati a prezzi di favore, oppure noleggiate per scopi privati. Il danno stimato è di circa 750 mila euro. Gli appalti sarebbero stati affidati in modo sistematico a due società: Esitel, per la parte tecnologica, e CR Service, per il noleggio veicoli. Dietro queste società, imprenditori che intrattenevano relazioni informali e continue con i magistrati, anche fuori dagli uffici, tra pranzi, incontri e presunti scambi di favori.
Il caso Sempio: Garlasco torna a tremare
Ma il cuore più oscuro dell’inchiesta è un altro: la riapertura del caso Garlasco. Proprio in quel contesto, il nome di Andrea Sempio – amico del fratello della vittima – è tornato nel registro degli indagati. E qui, secondo l’accusa, si sarebbe consumato un possibile caso di corruzione giudiziaria: Mario Venditti secondo la procura di Pavia, avrebbe ricevuto denaro (20-30mila euro) dai familiari di Sempio nel 2017, per archiviare l’indagine a suo carico.
Una nuova inchiesta sulla morte di Chiara Poggi è stata riaperta nel 2025. Ma se i magistrati che gestirono l’archiviazione di Andrea Sempio nel 2017 sono ora sospettati di manipolazione, quante certezze rimangono in piedi? L’ombra del dubbio è diventata pesante. I difensori dell’ex procuratore aggiunto parlano di “aggressione ingiustificata”, ma l’impressione è che le fondamenta di un’intera fase processuale siano state compromesse.
Lo “stanzone” delle intercettazioni e le fedeltà personali
Secondo le testimonianze chiave, tra cui quella dell’ex maresciallo Giuseppe Spoto e di altri militari, la logica dominante era quella della fedeltà personale al procuratore. Un clima sicuramente pesante e non trasparente al massimo, in un contesto in cui si trattavano fascicoli di omicidio, intercettazioni riservate, dati sensibili.
Nello “stanzone”, operava una squadra gerarchica, con uomini come Antonio Scoppetta e Silvio Sapone – il primo già condannato per corruzione, il secondo accusato di aver sottovalutato le intercettazioni rilevanti sul caso Sempio.
Una giustizia che fa paura
L’inchiesta in corso a Brescia non è solo una cronaca giudiziaria. È una radiografia impietosa della degenerazione del potere giudiziario, quando viene contaminato da interessi personali e relazioni opache.
Se la corruzione entra nella magistratura, non è più solo un reato: è un rischio diretto alla tenuta democratica del Paese. È la possibilità concreta che una verità venga manipolata, che un colpevole resti libero o che un innocente finisca in carcere. Ed è per questo che oggi, con le indagini di Brescia, non è solo la procura di Pavia a tremare. Ma l’intero sistema giustizia italiano.
