C’è una verità oscura che riemerge a trent’anni dall’assedio di Sarajevo, e che oggi, con l’apertura di un’inchiesta da parte della Procura di Milano, rischia di squarciare definitivamente il velo di ipocrisia che per troppo tempo ha coperto uno dei crimini più disumani della guerra in Bosnia. Un’accusa agghiacciante: quella secondo cui uomini ricchi, spesso provenienti da paesi europei, avrebbero pagato per “giocare alla guerra”, diventando “cecchini turisti” e sparando deliberatamente su civili inermi, inclusi bambini, donne e soccorritori.
La denuncia è stata formalizzata da Ezio Gavazzeni, giornalista e scrittore italiano, e oggi è al vaglio dei magistrati italiani. Ma le testimonianze e i documenti raccolti sono tali da dipingere un quadro che va oltre l’indignazione: è un vero e proprio safari umano, architettato con precisione logistica, complicità militari e istituzionali, e un silenzio colpevole durato per decenni.
L’assedio di Sarajevo: il contesto dell’orrore
Tra il 1992 e il 1996, Sarajevo fu cinta d’assedio dalle forze serbo-bosniache. Più di 11.000 persone persero la vita, di cui oltre 2.000 erano bambini. La città, un tempo crocevia multiculturale dei Balcani, fu trasformata in un inferno a cielo aperto: mancanza di acqua, elettricità, medicine, e costanti bombardamenti.
I cecchini piazzati sulle colline intorno alla città divennero uno dei simboli della crudeltà di quella guerra. La “Sniper Alley” – come fu soprannominata una delle arterie principali della città – divenne teatro quotidiano di uccisioni di civili. Ma a quanto pare, tra quei fucili di precisione non c’erano solo soldati.
Il dossier Gavazzeni: il ritorno degli orrori sepolti
L’esposto presentato da Gavazzeni alla Procura di Milano contiene 17 pagine di documenti, dichiarazioni e riferimenti a testimonianze già raccolte nel documentario “Sarajevo Safari” del regista sloveno Miran Zupanič. In quelle immagini e racconti emerge un’accusa precisa: tra i cecchini appostati sulle colline, vi erano anche stranieri che avevano pagato per “fare esperienza di guerra”. Una caccia all’uomo vera e propria.
L’orrore non si fermava all’uccisione. Alcuni testimoni parlano di una prassi macabra: ferire volontariamente i civili, lasciarli agonizzanti e attendere l’arrivo dei soccorsi, per poi aprire il fuoco anche su di loro. Una strategia per massimizzare la morte, il dolore e il panico. E, secondo quanto riportato, l’uccisione di un bambino aveva persino un valore monetario più alto.
Dall’Italia a Sarajevo: il viaggio della morte
Secondo il documento, molti dei cosiddetti “cecchini del weekend” erano italiani, in particolare del Triveneto. Partivano da Trieste il venerdì pomeriggio, a bordo di voli della compagnia aerea serba Aviogenex, facevano scalo a Belgrado e poi venivano trasferiti con elicotteri o veicoli militari sulle colline attorno a Sarajevo.
Il rientro era previsto per la domenica sera, in tempo per riprendere la “vita normale” il lunedì mattina. Una logistica che fa rabbrividire, e che secondo fonti riservate coinvolgerebbe anche l’intelligence serba (ex KOS e attuale BIA), alcuni ufficiali locali e perfino agenzie estere.
I profili dei turisti cecchini: sadici con il portafoglio
Chi erano questi uomini? Secondo l’ex ufficiale dell’intelligence bosniaca intervistato nel documentario, si trattava per lo più di uomini ricchi, appassionati di armi, talvolta ex militari, in altri casi imprenditori o medici. Alcuni avevano già praticato cacce esotiche in Africa o Asia, e il passo successivo era “l’emozione definitiva”: colpire un essere umano. Un vero safari umano, dove la preda non è un leone, ma un bambino in cerca d’acqua.
Il profilo è inquietante: sadismo mascherato da sport estremo, alimentato da un contesto di guerra dove tutto sembrava possibile. E se si considera che per partecipare a questi “viaggi” si pagavano cifre vicine ai 100.000 euro di oggi, si capisce che la questione non riguarda solo la morale, ma anche la complicità delle élite.
Complicità e silenzi istituzionali
Quello che emerge è un sistema organizzato, non un caso isolato. La presenza di infrastrutture civili come la filiale triestina della compagnia Aviogenex, il coordinamento con i servizi di sicurezza serbi e il trasporto sicuro dei partecipanti, suggerisce una rete logistica ben oliata. A supporto di questa tesi, le dichiarazioni dell’ex sindaca di Sarajevo, Benjamina Karić, che nel 2022 aveva già presentato una denuncia simile alla procura bosniaca.
Ma il silenzio è stato assordante. Nessun colpevole. Nessun processo. Nessuna identificazione ufficiale. Il rischio è che, come già avvenuto per altri crimini di guerra, anche questa vicenda venga seppellita sotto il peso della realpolitik e della ragion di Stato.
La Procura di Milano si muove
Ora però qualcosa si muove. Il pubblico ministero Alessandro Gobbis ha aperto un fascicolo per omicidio volontario aggravato contro ignoti. L’obiettivo: identificare almeno alcuni degli italiani coinvolti. Gavazzeni, in un’intervista a La Repubblica, ha parlato di “almeno cento connazionali”.
Altre fonti citano numeri molto più alti, addirittura 200 tra italiani e stranieri. La speranza è che questa volta la giustizia faccia il suo corso. Che non vinca, ancora una volta, il silenzio complice.
Il peso dell’Europa: la vergogna di un continente
Che cittadini europei abbiano partecipato a tali crimini è un’onta difficile da cancellare. Eppure è proprio qui che bisogna puntare il faro: sull’ipocrisia di un continente che si erge a baluardo dei diritti umani, mentre alcuni suoi cittadini benestanti pagavano per uccidere bambini nei Balcani.
Nel cuore dell’Unione Europea, a poche ore di volo da Bruxelles, si è consumata una delle più grandi vergogne della storia contemporanea europea. E le autorità non possono continuare a nascondersi dietro l’impossibilità di agire su fatti avvenuti decenni fa. I crimini di guerra non hanno prescrizione. E l’Europa, se vuole davvero essere la patria dei valori, deve iniziare a guardarli anche quando fanno male.
Cacciare la verità, non le ombre
La vicenda dei “cecchini del weekend” dovrebbe scuotere non solo le coscienze, ma anche le fondamenta delle istituzioni europee. Serve una presa di posizione pubblica, una commissione d’inchiesta internazionale, e un accesso completo agli archivi militari e dei servizi segreti dell’epoca. Occorre proteggere i testimoni, garantire risorse agli investigatori e soprattutto rompere i muri di gomma costruiti attorno a questo orrore. Perché senza giustizia, la memoria è solo propaganda.
Conclusione: l’Europa di fronte al suo specchio
L’inchiesta italiana potrebbe rappresentare un punto di svolta. Ma deve essere sostenuta da un movimento d’opinione, da un giornalismo coraggioso, da cittadini che pretendono verità. Perché se è vero che la civiltà si misura dal modo in cui si trattano i più deboli, allora non possiamo voltare le spalle a quei bambini colpiti da un fucile di precisione solo per appagare la sete di sangue di chi poteva permetterselo.
La domanda è semplice, ma terribile: è questa l’Europa che vogliamo? O è giunto il momento di dire basta all’indifferenza mascherata da diplomazia?.
