C’è un dettaglio che colpisce subito, ancora prima delle parole. Il nome. Leonardo Maria Del Vecchio non è soltanto un nome e un cognome: è un acronimo, LMDV, che suona come un brand globale. E in effetti, dietro quel nome c’è uno dei patrimoni più grandi d’Europa, un’eredità industriale che ha segnato la storia del capitalismo italiano e che oggi guarda al futuro con ambizioni importanti. L’intervista concessa a Otto e mezzo, condotta da Lilli Gruber, è diventata rapidamente virale. Non tanto per rivelazioni clamorose, quanto per ciò che rappresenta: il tentativo, esplicito, di raccontarsi come qualcosa di diverso dal semplice “figlio di”.
Un patrimonio immenso e una successione ancora aperta
Il punto di partenza è inevitabile. La ricchezza. Un patrimonio stimato intorno ai 7,5 miliardi di euro, ereditato insieme ai fratelli, alla madre e a un fratellastro, dopo la morte del fondatore di EssilorLuxottica l’imprenditore Leonardo Del Vecchio. Una successione che, a distanza di anni, non è ancora completamente definita. Alla domanda diretta di Lilli Gruber sul perché non disponga ancora materialmente di quella ricchezza, Del Vecchio risponde con un tono che vuole essere pragmatico. Spiega di aver accettato l’eredità “in maniera nuda, cruda e pura”, senza beneficiare di strumenti di tutela come il beneficio d’inventario, scelto invece da altri eredi. Una scelta che rivendica come normale, non eroica, quasi dovuta. Il riferimento a Silvio Berlusconi e alla sua successione viene usato come esempio di un passaggio generazionale riuscito. Un paragone impegnativo, che dice molto sull’orizzonte simbolico entro cui Del Vecchio jr sembra voler collocare se stesso.
L’imprenditore che vuole essere “autonomo”
Per tutta l’intervista emerge un concetto chiave: autonomia. Del Vecchio insiste più volte sul fatto di considerarsi un imprenditore indipendente, concentrato sul fare, sul costruire una propria traiettoria. La ricchezza ereditata, nel suo racconto, non è un punto di arrivo ma un punto di partenza che impone una responsabilità. Si definisce “un ragazzo fortunato”, citazione pop, ma subito aggiunge che la vera sfida è dimostrare che quella fortuna non si esaurisce nella rendita. È qui che entra in gioco il tema del senso civico, del “restituire al Paese ciò che il Paese ha dato”. Un’espressione che ritorna spesso, e che suona come una dichiarazione d’intenti, ma anche come una promessa tutta da verificare.
L’editoria come campo di battaglia culturale
Uno dei passaggi centrali dell’intervista riguarda l’editoria. Del Vecchio non nasconde di considerarla un settore strategico. Attraverso la sua holding LMDV Capital ha acquisito la maggioranza di Editoriale Nazionale, che controlla testate storiche come Il Giorno, Il Resto del Carlino, La Nazione e QN. Inoltre possiede il 30% de Il Giornale. Il tentativo, fallito, di entrare nel capitale del gruppo Gedi, che edita La Repubblica e La Stampa, racconta molto della sua ambizione. Non una scelta ideologica, ma industriale, spiega. E soprattutto legata a una visione precisa dell’informazione. Del Vecchio parla di “informazione vera”. Una formula semplice, quasi banale, ma che diventa centrale quando spiega la sua preoccupazione per il modo in cui le nuove generazioni si informano. L’obiettivo dichiarato è che sua figlia, un giorno, possa leggere firme autorevoli e non affidarsi a contenuti improvvisati sui social.
Pluralismo o cerchiobottismo?
Il tema politico arriva inevitabilmente sul tavolo. Alla domanda di Massimo Giannini su dove batta il suo cuore, a sinistra o a destra, Del Vecchio risponde citando due voti apparentemente inconciliabili: Matteo Renzi e Giorgia Meloni. È la risposta che più ha fatto discutere. Da un lato viene presentata come un elogio della stabilità. Dall’altro come un esempio perfetto di equilibrio opportunistico. Del Vecchio ringrazia il governo Meloni per aver dato stabilità al Paese, elemento che considera decisivo per investire in Italia. Sul piano europeo, però, si definisce “super pro-Europa”. Critica l’Unione per non essere abbastanza unita e sostiene che fenomeni come Trump trovano spazio proprio nelle crepe dell’Europa. Una posizione che cerca di tenere insieme pragmatismo economico e visione geopolitica, ma che lascia aperti molti interrogativi.
Il caso Equalize e la difesa personale
Non poteva mancare un passaggio sul cosiddetto “caso Equalize”, l’inchiesta su un presunto mercato illegale di dossier e dati riservati. Tra le carte era comparso anche il nome di Del Vecchio, con l’ipotesi di spionaggio nei confronti dei fratelli e dell’ex compagna. La risposta è netta. Del Vecchio nega ogni coinvolgimento e afferma di essere stato riconosciuto parte lesa, sia a Roma sia a Milano. Ribadisce la sua fiducia nella magistratura e respinge qualsiasi accusa di aver fatto spiare qualcuno. È un passaggio importante, perché segna il confine tra l’immagine pubblica dell’imprenditore e le ombre che inevitabilmente accompagnano patrimoni e poteri di questa dimensione.
L’incidente in Ferrari e le accuse più delicate
Uno dei momenti più tesi dell’intervista riguarda l’incidente stradale avvenuto a Milano, sulla Tangenziale Est, con una Ferrari Purosangue. Secondo le ricostruzioni, Del Vecchio avrebbe tamponato una BMW e poi lasciato il luogo dell’incidente, venendo accusato di sostituzione di persona e omissione di soccorso. Davanti alle domande di Gruber, l’imprenditore appare più rigido. Precisa che non esiste, al momento, una vera e propria imputazione. Parla di un’elezione di domicilio e di una situazione ancora preliminare. Ricostruisce la dinamica sostenendo di essersi fermato, di aver verificato l’arrivo dei soccorsi e lo stato dell’altro conducente. Solo successivamente avrebbe lasciato il luogo per un impegno di lavoro, lasciando sul posto l’autista in attesa della polizia. È una versione che non spegne le polemiche, ma che Del Vecchio difende con decisione, sottolineando la distanza tra ciò che emerge dalle carte e ciò che viene raccontato sui giornali.
Un linguaggio controllato, qualche incertezza
Dal punto di vista comunicativo, l’intervista restituisce un’immagine precisa. Pause lunghe. Risposte misurate. Qualche incertezza lessicale. Un’impostazione che tradisce forse una certa inesperienza televisiva, ma anche la volontà di non scivolare mai in affermazioni troppo nette. Del Vecchio sembra costantemente in equilibrio tra il desiderio di esporsi e la paura di esporsi troppo. Tra la volontà di contare e quella di non essere identificato come un nuovo dominus dell’informazione.
Potere economico e responsabilità pubblica
Il punto vero, al di là delle singole risposte, è un altro. Leonardo Maria Del Vecchio rappresenta una nuova generazione di grandi eredi che non possono più limitarsi a gestire patrimoni. Devono raccontarsi. Giustificarsi. Spiegare perché la loro presenza nello spazio pubblico non è un problema, ma una risorsa. L’editoria, la politica, la finanza e persino la televisione vengono evocati come possibili ambiti di intervento. Ma resta aperta la domanda fondamentale: quale idea di Paese accompagna questa espansione?
Una promessa ancora tutta da verificare
L’intervista a Otto e mezzo non chiarisce tutto. Non lo pretende. Ma segna un passaggio simbolico importante. Del Vecchio jr si presenta come un imprenditore con senso civico, attento al pluralismo, convinto sostenitore dell’informazione autorevole. Resta da capire se questa narrazione si tradurrà in scelte concrete, capaci di rafforzare davvero la qualità del dibattito pubblico, o se resterà una dichiarazione d’intenti ben confezionata. In un’Italia attraversata da disuguaglianze profonde e da una crisi di fiducia verso le élite e l’informazioni mainstream il banco di prova non sarà la ricchezza ereditata, ma l’uso che se ne farà. E soprattutto il modo in cui verrà esercitato il potere che inevitabilmente ne deriva.
