12 Marzo 2026
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Israele riapre il dossier più esplosivo del conflitto mediorientale e lo fa con una decisione che rischia di cambiare definitivamente gli equilibri in Cisgiordania. Per la prima volta dal 1967, il governo guidato dal condannato dalla corte penale internazionale,  Benjamin Netanyahu ha autorizzato la registrazione sistematica di vaste aree come “terreni statali”, aprendo di fatto la strada a un’annessione progressiva dell’Area C. Una mossa che sta provocando una durissima reazione internazionale e che molti osservatori definiscono il colpo quasi definitivo alla soluzione dei due Stati.

La svolta sulla registrazione dei terreni

La decisione riguarda soprattutto l’Area C, che rappresenta circa il 60% della Cisgiordania. Si tratta della zona che, secondo gli Accordi di Oslo del 1995, sarebbe dovuta confluire in un futuro Stato palestinese, ma che è rimasta sotto pieno controllo civile e militare israeliano. Gran parte delle terre in quest’area non è mai stata formalmente registrata. Il nuovo meccanismo prevede che, laddove i palestinesi non riescano a dimostrare la proprietà privata con documentazione ufficiale, i terreni possano essere classificati come proprietà statale israeliana. In un contesto segnato da decenni di occupazione, frammentazione amministrativa e difficoltà burocratiche, per molti proprietari palestinesi sarà quasi impossibile fornire prove riconosciute dalle autorità israeliane. Si tratta di un passaggio tecnico solo in apparenza. In realtà è uno strumento giuridico che può consolidare e ampliare gli insediamenti israeliani già presenti nella West Bank, regolarizzando strutture e aziende agricole costruite su terreni contestati.

Un’annessione de facto

Molti analisti parlano apertamente di annessione di fatto. Non si tratta di una proclamazione formale di sovranità, ma di un’operazione amministrativa che cambia la realtà sul terreno. Registrare significa attribuire titolarità giuridica. E attribuire titolarità significa esercitare sovranità. L’iniziativa è stata fortemente sostenuta dall’ala più radicale del governo israeliano. I ministri Bezalel SmotrichYariv Levin e Israel Katz avevano già sollecitato una “decisione storica” per estendere il controllo israeliano su quella che definiscono “Giudea e Samaria”. Per loro si tratta di un passo coerente con l’idea di sovranità permanente israeliana sull’intera area. Dall’altra parte, l’Autorità Nazionale Palestinese ha parlato di “grave escalation” e di violazione evidente del diritto internazionale. Anche la Lega Araba ha condannato la misura, definendola un passo preliminare verso l’annessione definitiva del territorio occupato.

Il diritto internazionale e la questione degli insediamenti

Secondo la maggioranza della comunità internazionale, gli insediamenti israeliani nei territori occupati sono illegali. Diverse risoluzioni delle Nazioni Unite hanno ribadito l’inammissibilità dell’acquisizione di territorio con la forza. La nuova procedura di registrazione viene quindi vista come un tentativo di legittimare retroattivamente una presenza che il diritto internazionale considera irregolare. Israele sostiene invece che il quadro giuridico derivi in parte dalle norme del Mandato britannico e dalla mancanza di registrazioni formali precedenti al 1967. Ma questa interpretazione è contestata sia dai palestinesi sia da numerosi giuristi internazionali. Il rischio concreto è che il processo trasformi definitivamente l’Area C in una zona sotto piena sovranità israeliana, frammentando ulteriormente il territorio palestinese e rendendo quasi impraticabile la continuità territoriale necessaria a uno Stato indipendente.

Tensioni regionali e reazioni globali

La mossa arriva in un momento già drammatico per la regione. Il consigliere senior di Netanyahu ha dichiarato che Hamas avrebbe 60 giorni per disarmarsi, altrimenti l’Idf tornerebbe in guerra a Gaza. Le tensioni sono altissime e la tregua resta fragile. Sul piano internazionale, le reazioni sono state dure ma frammentate. La Lega Araba ha parlato di violazione flagrante del diritto internazionale. L’Unione Europea ha espresso preoccupazione. Negli Stati Uniti, Donald Trump si è detto contrario a un’annessione formale, pur mantenendo una linea ambigua rispetto alle politiche israeliane nei territori occupati. La questione non riguarda solo il diritto, ma anche la sicurezza. Ogni passo verso l’annessione rischia di alimentare ulteriori tensioni, radicalizzazioni e scontri.

Il contesto interno israeliano

Sul fronte interno, Israele attraversa una fase di forte polarizzazione. L’ultradestra religiosa e nazionalista esercita un peso decisivo nell’attuale coalizione di governo. Le tensioni sociali sono evidenti, come dimostrato dagli scontri avvenuti nella città ultraortodossa di Bnei Brak, dove due soldatesse sono state aggredite da gruppi di religiosi convinti che stessero consegnando ordini di leva. Il governo si trova stretto tra la pressione dei coloni, le esigenze di sicurezza, le critiche internazionali e una guerra a Gaza che continua a generare sofferenze immani.

Una scelta che segna un punto di non ritorno

La decisione sulla Cisgiordania non è un atto isolato. Si inserisce in una strategia più ampia che mira a consolidare il controllo israeliano sui territori occupati. Ma questa strategia ha un costo enorme, politico e morale. È impossibile ignorare il fatto che l’attuale leadership israeliana sia stata già duramente criticata per il fallimento del 7 ottobre, quando l’attacco di Hamas ha colpito il cuore del Paese. La risposta militare a Gaza sproporzionata, ha provocato devastazione e sofferenze drammatiche tra la popolazione civile palestinese.

Oggi, mentre Gaza è stremata e la soluzione dei due Stati appare sempre più lontana, l’avanzata amministrativa in Cisgiordania suona come un ulteriore strappo. Un atto che non costruisce sicurezza, ma consolida divisioni. Un passo che non avvicina la pace, ma rischia di renderla ancora più irraggiungibile. Di fronte a questa escalation, non si può che parlare di una scelta che pesa come una vergogna sulla politica internazionale. L’annessione, anche se mascherata da procedura catastale, resta un’annessione. E l’atteggiamento dell’ultradestra israeliana, che spinge verso una sovranità totale ignorando il diritto internazionale e le conseguenze umanitarie, rappresenta un pericoloso abbandono della prospettiva di convivenza. Se la politica diventa solo imposizione di forza, allora non resta che la spirale del conflitto permanente. Ed è proprio questa la prospettiva che il Medio Oriente non può più permettersi.