12 Marzo 2026
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La vicenda di Rogoredo è diventata in poche settimane molto più di un fatto di cronaca. È il modo in cui politica e informazione reagiscono di pancia. Uno specchio di come la propaganda possa precedere la verità e di come, ancora una volta, si sia parlato prima di sapere. Prima di giudicare le dichiarazioni, però, bisogna ricostruire i fatti. Perché solo partendo da Rogoredo, da quel boschetto dello spaccio alla periferia sud-est di Milano, si capisce quanto sia stata grave la leggerezza di certe prese di posizione.

Rogoredo, 26 gennaio: lo sparo nel bosco dello spaccio

Il 26 gennaio Abderrahim Mansouri, 28 anni, viene ucciso durante un controllo antidroga nel cosiddetto “bosco della droga” di Rogoredo. A sparare è l’assistente capo Carmelo Cinturrino. La prima versione è netta. Il poliziotto racconta di aver visto l’uomo estrarre una pistola. Dice di aver avuto paura. Dice di aver sparato per difendersi. L’arma trovata accanto al corpo è una replica di una Beretta, priva del tappo rosso. In un primo momento sembra una legittima difesa finita male. La Procura iscrive Cinturrino nel registro degli indagati per omicidio volontario. È un atto dovuto. Serve per accertare i fatti. Ma è proprio quell’iscrizione a scatenare la tempesta politica.

L’autopsia e i primi dubbi

I primi accertamenti non chiariscono del tutto la dinamica. L’autopsia parla di un esito “ambiguo”. Il colpo è stato sparato da oltre 20 metri. La posizione del corpo non conferma immediatamente né una fuga netta né un confronto frontale. Nel frattempo, però, emergono elementi che complicano la versione iniziale. Le telecamere. Le testimonianze. La consulenza balistica. Il test del DNA sull’arma finta. Il dato decisivo è uno: sulla pistola replica c’è solo il DNA del poliziotto. Non quello della vittima.

I 23 minuti che cambiano tutto

Le indagini si concentrano su un dettaglio cruciale. Tra lo sparo e la chiamata ai soccorsi passano 23 minuti. Un tempo enorme. Un tempo che, secondo i familiari, avrebbe potuto fare la differenza. Secondo l’ipotesi investigativa, in quei minuti un collega sarebbe andato a recuperare una valigetta dal commissariato. Dentro, la pistola finta. L’arma sarebbe stata posizionata accanto al corpo in un secondo momento. Cinturrino, fermato il 23 febbraio, ammette di aver messo lui l’arma vicino al cadavere. Dice di aver avuto paura delle conseguenze. Dice di aver sparato perché Mansouri aveva messo la mano in tasca. In quella mano, però, non c’era una pistola. C’era un sasso.

Le accuse: omicidio volontario e depistaggio

La Procura contesta omicidio volontario e omissione di soccorso. Altri quattro agenti vengono indagati per aver avallato la prima versione e per il ritardo nei soccorsi. Nel frattempo emergono testimonianze pesanti. Conoscenti della vittima raccontano di pressioni, richieste di denaro e droga. Si parla di un clima di paura. Si parla di comportamenti borderline. Di arresti forzati. Di pestaggi. Le accuse devono essere provate in un processo. Ma il quadro che emerge è lontano anni luce dalla narrazione iniziale della legittima difesa limpida e immediata.

La corsa alla difesa preventiva

Ed è qui che entra in scena la politica. Il giorno dopo i fatti di Rogoredo, Matteo Salvini dichiara: “Io sto con il poliziotto senza se e senza ma”. Parla di legittima difesa evidente. Critica l’iscrizione per omicidio volontario. La definisce ingenerosa. La Lega lancia una raccolta firme di solidarietà. “Io sto col poliziotto”. Mansouri non viene chiamato per nome. Viene descritto come “irregolare” e “con precedenti”. Esponenti di Fratelli d’Italia si recano in questura per esprimere sostegno. Si parla di agenti lasciati soli. Si collega il caso di Rogoredo al referendum sulla giustizia. Si invoca lo scudo penale. Giorgia Meloni parla di “doppiopesismo della magistratura”. Si accosta Rogoredo ad altri episodi. Si usa il caso per rafforzare il pacchetto sicurezza. Tutto questo avviene mentre le indagini sono appena iniziate.

Il boomerang mediatico

Quando emergono le ammissioni. Quando si scopre che la pistola è stata posizionata dopo. Quando si capisce che la vittima non stava impugnando alcuna arma. La narrazione cambia. Salvini passa da “senza se e senza ma” a “chi sbaglia paga”. La Lega parla di “mela marcia”. Il governo sottolinea che, se confermato, sarebbe un fatto gravissimo. Ma il punto non è la correzione successiva. Il punto è la fretta iniziale. L’uso politico immediato di Rogoredo per attaccare la magistratura. Per fare propaganda. Per spingere norme già pronte nel cassetto.

Rogoredo e la memoria corta delle istituzioni

Non è la prima volta che accade. Dalla Diaz a Bolzaneto, la storia italiana insegna che le prime versioni ufficiali non sempre coincidono con la verità. Anche allora si parlò di legittima reazione. Anche allora si difesero a priori gli uomini in divisa. Anche allora si scoprì poi che c’erano state falsificazioni e depistaggi. Il problema non è difendere le forze dell’ordine. È difenderle male. Difenderle prima dei fatti. Trasformare un’indagine in un attacco ideologico alla magistratura.

Lo spirito di corpo e il rischio della copertura

Il caso di Rogoredo apre una questione più ampia. Nelle forze dell’ordine esiste un forte spirito di corpo. È naturale. È comprensibile. Ma può diventare pericoloso quando si traduce in chiusura automatica verso qualsiasi critica. Se colleghi coprono colleghi. Se si ritardano soccorsi. Se si altera una scena del crimine per proteggere un agente. Non è solo un problema individuale. È un problema istituzionale. Molte democrazie hanno introdotto bodycam obbligatorie, organismi indipendenti di controllo, protocolli rigidi di trasparenza. In Italia il dibattito è ancora timido. Rogoredo dimostra che non è un tema secondario.

La figura politica e quella mediatica

La domanda è semplice. Perché parlare prima di sapere? Perché attaccare la magistratura per aver fatto ciò che deve fare, cioè indagare? Perché trasformare Rogoredo in un comizio permanente? La risposta è altrettanto semplice. Perché la cronaca fa consenso. Perché il “poliziotto contro lo spacciatore” è uno schema narrativo potente. Perché è più facile difendere un simbolo che affrontare la complessità. Ma quando la realtà smentisce la narrazione, la figura che si fa è inevitabile. Non è solo una questione di imbarazzo. È una questione di credibilità istituzionale.

Rogoredo come lezione mancata

Il caso Rogoredo non è chiuso. Ci sarà un processo. Ci saranno difese. Ci saranno prove. Ma una cosa è già chiara. La magistratura non ha perseguitato un agente. Ha fatto il suo lavoro. Ha indagato. E le indagini hanno portato a elementi gravi. Se si fosse aspettato. Se si fosse detto “accertiamo i fatti”. Se si fosse evitato di usare Rogoredo per fare campagna sul pacchetto sicurezza o sul referendum. Oggi nessuno dovrebbe correggere dichiarazioni affrettate. Difendere le forze dell’ordine significa pretendere legalità anche da loro. Significa isolare chi sbaglia. Non coprirlo. Non usarlo. Rogoredo resterà una ferita. Per la famiglia della vittima che non era di certo una persona “per bene”, per la Polizia di Stato. Per chi crede nello Stato di diritto. Ma resterà anche come promemoria. La verità viene prima della propaganda. Sempre.