12 Marzo 2026
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Il caso Guido Crosetto esplode nel pieno dell’escalation tra Stati Uniti, Israele e Iran. Il ministro della Difesa si trovava a Dubai con la famiglia proprio mentre Washington e Tel Aviv lanciavano l’attacco su larga scala contro Teheran e mentre l’Iran reagiva colpendo obiettivi nell’area del Golfo. Una coincidenza che ha immediatamente scatenato polemiche politiche, richieste di chiarimento e persino dimissioni da parte dell’opposizione. Crosetto respinge le accuse. Sostiene di essere partito per una missione istituzionale, affermando che le informazioni disponibili non lasciavano presagire un’imminente accelerazione militare. «Sono venuto perché le informazioni non facevano pensare a un attacco di questa portata», ha dichiarato, spiegando di aver deciso di rientrare appena compresa la gravità della situazione.

Il volo militare e il bonifico “triplo”

A rendere ancora più delicato il caso è stato il rientro del ministro in Italia con un Gulfstream G550 del 31° Stormo dell’Aeronautica Militare. Per evitare polemiche sull’uso di un volo di Stato, Crosetto ha annunciato pubblicamente di aver effettuato un bonifico al Comando di Ciampino pari a circa 5.000 euro, cifra tripla rispetto alla tariffa ordinaria prevista per un ospite a bordo. «Ho pagato più del dovuto per evitare strumentalizzazioni», ha scritto sui social. Una scelta che, nelle intenzioni del ministro, doveva chiudere sul nascere le critiche. In realtà ha generato ulteriori discussioni. Secondo alcuni osservatori istituzionali, il pagamento “triplicato” non rafforza la dignità del gesto, ma rischia di trasformare un atto legittimo in una comunicazione politica difensiva. L’ambasciatore Piero Benassi ha definito l’intera vicenda “irrituale” e addirittura “incredibile” dal punto di vista procedurale, sottolineando come un ministro della Difesa non possa trovarsi all’estero, in una fase di tensione internazionale, senza che la macchina istituzionale ne abbia piena contezza e protezione.

“Non sono andato di nascosto”

Crosetto ha respinto anche le accuse relative alla mancanza di scorta e alla riservatezza del viaggio. «Non sono andato di nascosto», ha precisato, spiegando di aver viaggiato con compagnia civile per motivi familiari e senza codazzi istituzionali. Una scelta che, a suo dire, rappresenterebbe un comportamento sobrio e non un’anomalia. Resta però il nodo politico: come è possibile che il ministro della Difesa si trovi in un’area che diventa improvvisamente zona di possibile coinvolgimento militare senza che l’intelligence italiana abbia percepito l’imminenza di un attacco? Secondo Crosetto, neppure gli alleati erano stati avvisati prima dell’operazione e l’Italia avrebbe ricevuto comunicazioni ad attacco già in corso. «Nessuno era stato avvisato, non solo noi», ha ribadito, sostenendo che il coordinamento con Washington sia comunque costante.

Le opposizioni chiedono le dimissioni

Il Movimento 5 Stelle e altre forze di opposizione parlano di questione istituzionale, non personale. Stefano Patuanelli ha chiesto chiarimenti sul livello di informazione preventiva del governo italiano rispetto agli sviluppi militari e sul coordinamento con gli alleati. Secondo l’opposizione, il ministro dovrebbe valutare le dimissioni per rispetto delle istituzioni. Crosetto, dal canto suo, respinge ogni accusa. Sostiene di aver continuato a seguire la situazione in tempo reale e che la Difesa italiana non si ferma perché il ministro non è fisicamente nel suo ufficio. «Io sono sempre in giro per il mondo», ha detto, minimizzando l’impatto operativo della sua permanenza a Dubai.

Il punto politico: intelligence e impreparazione

Al di là della polemica sul volo militare o sulla presenza negli Emirati, la questione centrale è un’altra. È davvero credibile che un’escalation di questa portata non fosse prevedibile? Nei mesi precedenti si era assistito a un massiccio dispiegamento di mezzi militari americani nell’area del Golfo. Portaerei, bombardieri strategici, rafforzamento delle basi regionali. Segnali evidenti di una possibile operazione su larga scala. Noi di WP con la nostra redazione avevamo già analizzato due mesi fa l’incremento della presenza militare statunitense e il progressivo irrigidimento dello scenario. La tensione era sotto gli occhi di tutti. Come è possibile che non si sia intuita la possibilità concreta di un attacco con conseguente risposta iraniana nell’area? Se davvero l’intelligence italiana non ha colto la dinamica, il problema è serio. Se invece l’ha colta ma non ha valutato correttamente i rischi, il problema è altrettanto grave.

La nostra riflessione finale

A nostro parere, questa vicenda mette in luce una fragilità strutturale del governo nella gestione della politica internazionale. Non si tratta solo del viaggio di un ministro o del costo di un volo. Si tratta della capacità di leggere gli scenari globali e di anticipare le mosse degli alleati. È grave che un governo alleato degli Stati Uniti non riesca a comprendere la portata di un’operazione militare imminente in un’area strategica come il Golfo Persico. È ancora più grave se si scopre che le informazioni arrivano solo ad attacco in corso. Essere totalmente allineati a Israele e agli Stati Uniti non significa essere automaticamente protetti o informati in anticipo. Anzi, il rischio è quello di diventare semplici spettatori di decisioni prese altrove, con conseguenze che ricadono anche su di noi. L’impressione è che questo governo non sia pronto a gestire una fase geopolitica così complessa. E quando si parla di guerra, missili e stabilità energetica globale, l’impreparazione non è un dettaglio: è un rischio per il Paese. Che il governo Meloni sia consapevole della fase storica che stiamo attraversando lo auspichiamo tutti. Perché la subordinazione strategica senza capacità autonoma di analisi può portarci in un baratro che non possiamo permetterci.