12 Marzo 2026
ddl-antisemitismo

Il Senato ha approvato il disegno di legge 1004, intitolato “Disposizioni per il contrasto all’antisemitismo e per l’adozione della definizione operativa di antisemitismo”. Il testo ora attende il passaggio alla Camera. L’obiettivo dichiarato è chiaro e condivisibile: contrastare ogni forma di odio antiebraico, prevenire discriminazioni, rafforzare la coesione sociale e garantire sicurezza alle comunità ebraiche. Ma attorno al provvedimento si è aperto un dibattito serio. Non sulla necessità di combattere l’antisemitismo – che nessuna società democratica può tollerare – bensì sul confine tra repressione dell’odio e limitazione della libertà di espressione.

Il cuore del ddl: la definizione IHRA

Il testo approvato adotta la definizione operativa di antisemitismo formulata nel 2016 dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). Secondo questa definizione, l’antisemitismo è “una determinata percezione degli ebrei che può essere espressa come odio nei loro confronti”, attraverso atti verbali o fisici diretti contro persone, beni, istituzioni o luoghi di culto ebraici. L’articolo 1 del ddl precisa che la Repubblica “ripudia ogni forma di antisemitismo” e che restano ferme la libertà di critica politica e di espressione del pensiero. Formalmente, quindi, la libertà di parola sarebbe garantita. Il problema non sta tanto nella dichiarazione di principio, quanto nell’applicazione concreta. La definizione IHRA, infatti, include tra i possibili esempi di antisemitismo alcune forme di delegittimazione dello Stato di Israele. Ed è proprio qui che si concentrano le principali criticità.

Criticare Israele è antisemitismo?

In una democrazia matura si può criticare il governo in carica. Si può criticare la presidente del Consiglio, il capo dello Stato, il Papa. Si può criticare qualsiasi istituzione politica o religiosa. Questo è il fondamento della libertà di espressione sancita dall’articolo 21 della Costituzione. La questione è semplice: sarà ancora possibile criticare duramente il governo israeliano senza essere accusati di antisemitismo? Nel dossier del Senato si legge che, pur nel rispetto del diritto di critica, “dietro a posizioni antisioniste o anti-israeliane possono celarsi atteggiamenti riconducibili all’antisemitismo”. Il rischio evidente è quello di una zona grigia. Chi stabilisce quando una critica “va oltre i limiti”? Qual è il criterio oggettivo? Chi esercita questo potere interpretativo? È legittimo denunciare bombardamenti su civili, parlare di violazioni del diritto internazionale o sostenere il boicottaggio economico come forma di pressione politica non violenta? La Corte europea dei diritti dell’uomo, nel 2020 (affaire Baldassi), ha stabilito che il boicottaggio rientra nella libertà di espressione, purché non inciti all’odio o alla violenza. Questo principio dovrebbe restare un punto fermo.

Le preoccupazioni di Amnesty e del mondo accademico

Amnesty International ha espresso una posizione critica sul ddl 1004. L’organizzazione teme che la definizione IHRA, trasformata in legge, possa diventare uno strumento di censura, soprattutto in ambito universitario e culturale. Gli stessi estensori originari della definizione avevano invitato a non farne una norma vincolante, proprio per evitare usi repressivi. Il ddl prevede inoltre formazione specifica per forze di polizia, forze armate, magistratura, scuole e università, tutte ancorate alla definizione IHRA. Questo significa che l’interpretazione dell’antisemitismo potrebbe diventare una lente ufficiale attraverso cui valutare discorsi, manifestazioni e iniziative pubbliche. Se l’antisemitismo viene inquadrato in una logica securitaria, equiparato di fatto a una minaccia alla sicurezza nazionale, il dissenso rischia di essere percepito come potenzialmente pericoloso. È un passaggio delicato.

La posizione di Gad Lerner

Tra le voci critiche c’è anche quella del giornalista Gad Lerner, che ha sollevato una domanda scomoda: serve davvero una legge speciale a tutela degli ebrei, quando esistono già norme contro l’odio razziale? Secondo Lerner, una normativa “dedicata” potrebbe paradossalmente alimentare il pregiudizio, rafforzando l’idea di un trattamento privilegiato. Le leggi contro l’istigazione all’odio e la discriminazione esistono già nell’ordinamento italiano. Il punto non è crearne di nuove, ma applicarle con coerenza. È una riflessione che merita attenzione. Una tutela efficace non dovrebbe trasformarsi in un’arma politica.

Un dato reale: l’antisemitismo esiste

Il Rapporto annuale del Cdec parla di 963 episodi di antisemitismo registrati in un anno. È un numero che non può essere ignorato. Gli atti di odio contro persone ebree, sinagoghe, istituzioni, simboli religiosi sono una realtà. E vanno contrastati con fermezza. Non c’è ambiguità su questo punto: l’antisemitismo è un veleno che mina la convivenza civile. Chi incita alla violenza, chi minaccia, chi aggredisce deve essere perseguito senza esitazioni. Ma combattere l’odio non significa comprimere la libertà di pensiero.

Violenza e parola: il confine da non oltrepassare

È qui che occorre essere chiari. Violenza, minacce, insulti razziali, atti discriminatori devono essere fermati. Sempre. Critica politica, anche aspra, anche radicale, deve restare libera. Una democrazia si misura dalla capacità di tollerare il dissenso. Anche quando è scomodo o mette in discussione alleanze internazionali o governi stranieri. Se criticare le politiche di uno Stato – qualunque Stato – diventa rischioso sul piano giuridico, allora si entra in un terreno pericoloso. La libertà di parola non è un favore concesso dal potere. È un diritto costituzionale.

La sfida alla Camera

Il ddl 1004 non introduce sanzioni penali aggiuntive. I suoi sostenitori sottolineano questo aspetto per rassicurare. Tuttavia, l’effetto normativo di una definizione ufficiale, integrata in strategie nazionali, percorsi formativi e monitoraggi istituzionali, non è neutro. La Camera avrà il compito di valutare eventuali correttivi. Il principio dovrebbe essere uno: tutelare le persone, non blindare le politiche di uno Stato. Contrastare l’antisemitismo è doveroso. Ma difendere la libertà di espressione è altrettanto fondamentale. Le due cose non sono in conflitto, a patto che si mantenga un equilibrio rigoroso. Una legge che reprime l’odio è un presidio di civiltà. Una legge che rischia di comprimere il dissenso diventa un problema democratico. La vera sfida è tutta qui.