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Le parole di Roberto Savi, pronunciate dal carcere di Bollate durante l’intervista a Belve Crime, hanno riaperto una ferita mai davvero chiusa. L’ex poliziotto, condannato all’ergastolo come uno dei capi della Banda della Uno Bianca, ha parlato di presunte coperture, di “personaggi non delinquenti” che avrebbero garantito protezione alla banda e di un omicidio – quello di Pietro Capolungo – che non sarebbe stato una semplice rapina. Le reazioni non si sono fatte attendere. I familiari delle vittime parlano di “palcoscenico sbagliato” e chiedono che eventuali rivelazioni vengano portate davanti ai magistrati, non davanti alle telecamere.

“Ci sentivamo protetti”: le frasi che fanno discutere

Nel corso dell’intervista, Roberto Savi ha sostenuto che la lunga impunità della banda non fu casuale. “Sono subentrati personaggi non delinquenti che ci hanno garantito protezione”, ha dichiarato. Ha inoltre fatto riferimento a frequenti viaggi a Roma negli anni delle stragi e, incalzato dalla giornalista, ha lasciato intendere contatti con ambienti riconducibili ai Servizi. Parole pesanti, che toccano uno dei nodi più controversi della vicenda Uno Bianca: la possibilità di coperture esterne o di omissioni investigative. Tuttavia, allo stato attuale, tali affermazioni restano dichiarazioni personali non supportate da nuovi riscontri giudiziari. Ma sicuramente necessitano di approfondimento.

L’omicidio di via Volturno e il caso Capolungo

Particolarmente forte è stato il passaggio sull’omicidio del 2 maggio 1991 nell’armeria di via Volturno, a Bologna, dove furono uccisi Licia Ansaloni e l’ex carabiniere Pietro Capolungo. Savi ha sostenuto che non si trattò di una rapina ma di un’azione con un obiettivo specifico: eliminare Capolungo, che secondo lui avrebbe avuto trascorsi nei “servizi particolari” dell’Arma. Un’affermazione che contrasta con quanto accertato nelle sentenze definitive e che i familiari della vittima respingono con decisione. Alberto Capolungo, figlio di Pietro e presidente dell’associazione familiari delle vittime della Uno Bianca, ha definito tali dichiarazioni “illazioni” e ha ribadito che il padre non ha mai fatto parte dei Servizi segreti, ma ha svolto attività d’ufficio nell’Arma prima del pensionamento.

Le vittime: “Se ha cose da dire, parli con i pm”

La reazione dei familiari è stata netta. “Ha sbagliato palco”, è il messaggio rivolto a Savi. Secondo l’associazione delle vittime, eventuali elementi nuovi dovrebbero essere riferiti alla Procura di Bologna, che da tempo sta conducendo ulteriori approfondimenti. Gli avvocati dei familiari hanno annunciato un’istanza formale affinché Roberto Savi venga sentito dai magistrati alla luce delle dichiarazioni televisive. La Procura di Bologna, guidata dal procuratore Paolo Guido, avrebbe già disposto l’acquisizione del girato integrale dell’intervista. Il punto sollevato dalle vittime è chiaro: la ricerca della verità non può passare attraverso suggestioni mediatiche, ma deve restare nel perimetro delle sedi giudiziarie.

Il ruolo del giornalismo: la posizione di Fagnani

Francesca Fagnani ha replicato alle polemiche affermando che l’intento dell’intervista è stato quello di offrire un contributo alla ricerca della verità, nella stessa direzione perseguita dai familiari delle vittime. La conduttrice ha sottolineato il rispetto per il dolore delle famiglie e ha chiarito che eventuali elementi emersi potranno essere valutati nelle sedi competenti. Una linea che rivendica la funzione del giornalismo investigativo come strumento di approfondimento, pur in un terreno estremamente delicato.

Un caso ancora aperto nella memoria collettiva

La Banda della Uno Bianca ha lasciato dietro di sé una scia di sangue che tra il 1987 e il 1994 costò la vita a 24 persone. Le condanne definitive hanno individuato nei fratelli Savi e nei loro complici i responsabili materiali delle stragi. Eppure, per una parte dell’opinione pubblica e per molti familiari delle vittime, rimangono interrogativi sul contesto in cui la banda riuscì a operare per anni senza essere fermata. Le parole di Roberto Savi riaccendono quei dubbi, ma al momento non modificano il quadro giudiziario consolidato.

Verità storica e verità giudiziaria

Il punto centrale resta questo: esiste una differenza tra dichiarazioni rese in un’intervista e prove processuali. Se vi sono elementi nuovi, saranno i magistrati a valutarli. Se invece si tratta di ricostruzioni già esaminate o prive di riscontri, il rischio è quello di alimentare solo nuove tensioni. Nel frattempo, le famiglie delle vittime chiedono una cosa semplice e potente: rispetto. E soprattutto che la ricerca della verità avvenga nei luoghi deputati, non nei talk televisivi. La vicenda Uno Bianca, a oltre trent’anni dagli arresti, continua a pesare sulla memoria collettiva del Paese. E ogni parola pronunciata oggi ha ancora la forza di riaprire ferite profonde.