Il caso dell’attentato contro Sigfrido Ranucci continua ad arricchirsi di nuovi elementi che, invece di chiudere il quadro investigativo, sembrano aprire ulteriori interrogativi. Dal carcere di Rebibbia, Valter Lavitola ribadisce la propria confessione e insiste su un punto destinato inevitabilmente a diventare centrale nelle prossime fasi dell’inchiesta: l’attentato del 16 ottobre 2025 sarebbe stata una decisione esclusivamente sua. Nessun mandante esterno, nessun progetto condiviso con altri. Una scelta che oggi definisce un grave errore personale.
Attraverso il suo difensore Arturo Cola, l’ex editore si dice profondamente pentito non tanto per la confessione resa davanti ai magistrati, quanto per aver trascinato nella vicenda due persone alle quali afferma di essere particolarmente legato: Gomes Clesio Tavares e lo stesso Sigfrido Ranucci, definito più volte “un fratello”. Ma proprio questa ricostruzione continua ad alimentare dubbi investigativi che la Procura dovrà chiarire.
La confessione di Lavitola non cambia: “L’idea fu soltanto mia”
Lavitola non sembra intenzionato a fare marcia indietro. Anzi. Secondo il suo legale, al Tribunale del Riesame renderà ulteriori dichiarazioni spontanee per chiarire alcuni aspetti che il Gip ha ritenuto poco convincenti. La difesa precisa che non si tratta di una ritrattazione. L’obiettivo sarebbe quello di spiegare meglio due aspetti fondamentali:
- le modalità con cui venne organizzato l’attentato;
- il vero movente che avrebbe spinto Lavitola a pianificare l’azione.
L’imprenditore continua infatti a sostenere che il suo obiettivo non fosse uccidere Ranucci, ma provocare un episodio dimostrativo capace di convincere lo Stato ad aumentare il livello della sua protezione personale. Una ricostruzione che, almeno fino a questo momento, non convince pienamente i magistrati.
Il presunto incontro del 7 settembre cambia la prospettiva
Tra gli elementi più delicati emersi nelle ultime ore c’è il racconto relativo a un incontro avvenuto il 7 settembre 2025 nella villetta di Sigfrido Ranucci a Torvaianica. Secondo Lavitola, durante quella visita avrebbe parlato direttamente con il giornalista dei rischi che stava correndo. Gli avrebbe riferito informazioni riguardanti possibili minacce e avrebbe affrontato il tema della sicurezza personale. Se questo episodio fosse confermato, rappresenterebbe uno dei passaggi più significativi dell’intera vicenda. Per la difesa, infatti, proprio quel colloquio dimostrerebbe che Lavitola era realmente preoccupato per l’incolumità del conduttore di Report e che il successivo attentato sarebbe stato pensato come una drammatica azione dimostrativa.
Perché quel colloquio non comparve nelle prime dichiarazioni?
Ed è proprio qui che nasce uno degli interrogativi più importanti. Dopo l’esplosione del 16 ottobre, Sigfrido Ranucci venne ascoltato dalla Procura come persona offesa. In quella sede illustrò numerose possibili piste investigative. Fece riferimento alle sue inchieste sul narcotraffico internazionale. Parlò di servizi segreti. Indicò diversi possibili filoni investigativi. Secondo quanto sostiene oggi la difesa di Lavitola, però, non avrebbe fatto alcun riferimento al presunto colloquio del 7 settembre nel quale sarebbe stato messo in guardia dai rischi che correva. Un particolare che inevitabilmente potrebbe essere oggetto di ulteriori verifiche investigative.
I messaggi inviati dopo l’attentato
Anche alcuni messaggi inviati da Lavitola nei giorni successivi all’attentato assumono oggi un significato particolare. Secondo quanto emerso negli atti, il 20 ottobre il faccendiere avrebbe scritto a Ranucci:
“Dammi retta, ti scongiuro in nome di Dio.” Pochi minuti dopo sarebbe arrivato un secondo messaggio:
“Ti scongiuro, ti prego, non sottovalutare questa cosa.” Secondo la ricostruzione emersa nelle ultime ore, il giornalista avrebbe risposto senza rivelare di aver già richiesto un rafforzamento della propria scorta. Anche questi scambi potrebbero essere rivalutati alla luce delle nuove dichiarazioni.
La telefonata dopo la perquisizione
Un ulteriore tassello arriva da una telefonata intercorsa dopo la perquisizione subita da Lavitola. Secondo quanto riportato dalla stampa, l’imprenditore avrebbe chiesto a Ranucci:
“Scusami, non te lo potevano dire che avevano il timore che fossi io?” Il giornalista avrebbe risposto con evidente sorpresa: “E allora perché mi hanno chiamato?” Ma il passaggio che oggi suscita maggiore interesse investigativo sarebbe un altro. Lavitola avrebbe infatti aggiunto: “Gli altri elementi su di te ce li avevano già.” Una frase destinata probabilmente a essere approfondita dagli investigatori per comprenderne il reale significato.
Il sopralluogo davanti alla villetta
Gli atti dell’inchiesta ricostruiscono anche i movimenti precedenti all’attentato. Dopo la visita del 7 settembre, Lavitola sarebbe tornato nella zona dell’abitazione insieme a Gomes Clesio Tavares. Successivamente, secondo gli inquirenti, proprio Tavares avrebbe mostrato il luogo agli esecutori materiali dell’attentato. Una ricostruzione che costituisce uno degli elementi alla base dell’impianto accusatorio. Su questo punto, però, la difesa continua a sostenere che l’azione pianificata fosse profondamente diversa rispetto a quella poi effettivamente realizzata.
La posizione degli esecutori materiali
Anche i quattro presunti esecutori dell’attentato potrebbero ora rompere il silenzio. Dopo essersi inizialmente avvalsi della facoltà di non rispondere, i loro difensori hanno chiesto di essere ascoltati dalla Direzione Distrettuale Antimafia. L’obiettivo potrebbe essere quello di chiarire quale fosse realmente il mandato ricevuto. Secondo la versione fornita da Lavitola, infatti, l’ordine originario sarebbe stato quello di compiere un’azione intimidatoria molto meno grave rispetto a quella che poi venne concretamente eseguita.
Lavitola: “Sono pentito per aver messo nei guai mio fratello”
Durante il colloquio con il proprio difensore, Lavitola avrebbe manifestato una forte sofferenza personale. L’avvocato Arturo Cola lo descrive come un uomo profondamente provato. L’imprenditore sostiene di sentirsi responsabile per aver trascinato in questa vicenda Gomes Tavares, che considera quasi un figlio, e Sigfrido Ranucci, che continua a definire un fratello. Una rappresentazione personale che, tuttavia, non modifica il quadro giudiziario né le responsabilità contestate dalla Procura.
Il Riesame potrebbe rappresentare una svolta
Nei prossimi giorni il Tribunale del Riesame sarà chiamato a valutare la richiesta avanzata dalla difesa. In quella sede Lavitola potrebbe fornire ulteriori chiarimenti. I magistrati dovranno verificare se le nuove spiegazioni riusciranno davvero a colmare quelle lacune che il Gip aveva evidenziato nel rigettare la richiesta di arresti domiciliari. Parallelamente, gli investigatori continuano ad approfondire ogni elemento utile a ricostruire non solo l’organizzazione dell’attentato, ma soprattutto il contesto nel quale maturò.
Una vicenda ancora tutta da chiarire
A quasi un anno dall’esplosione davanti alla casa di Sigfrido Ranucci, il procedimento giudiziario continua a evolversi. La confessione di Valter Lavitola ha certamente modificato lo scenario investigativo, ma non ha eliminato le numerose domande rimaste aperte. Il presunto avvertimento del 7 settembre, i messaggi successivi all’attentato, la telefonata dopo la perquisizione e le future dichiarazioni davanti al Tribunale del Riesame rappresentano tasselli che potrebbero contribuire a chiarire una vicenda ancora complessa. Sarà ora il lavoro della magistratura a stabilire quale sia il reale valore probatorio delle nuove dichiarazioni e se queste troveranno conferma negli altri elementi raccolti durante l’inchiesta.
