Il tempo passa, ma ci sono ferite che sembrano non rimarginarsi mai. Dieci anni fa, alle 3:36 del 24 agosto 2016, il Centro Italia veniva colpito da una delle tragedie più drammatiche della sua storia recente. In pochi interminabili secondi un terremoto di magnitudo 6.0 sulla scala Richter, devastò Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto e decine di piccoli comuni tra Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo. Il bilancio fu devastante: 299 vittime, migliaia di feriti, oltre 40 mila sfollati e un patrimonio storico, culturale e umano cancellato in una sola notte. Oggi, dieci anni dopo, il ricordo di quelle ore resta vivido nella memoria degli italiani. Ma insieme al dolore riaffiora una domanda che continua a pesare sulle coscienze di un intero Paese: com’è possibile che, dopo un decennio, la ricostruzione non sia ancora completata in molte delle aree più colpite?
Dieci anni che sembrano non essere bastati
Dieci anni rappresentano un periodo lunghissimo nella vita di una persona. Un bambino nato dopo il terremoto oggi frequenta già la scuola primaria. Un’intera generazione è cresciuta conoscendo quei luoghi soltanto attraverso i cantieri, le impalcature, le zone rosse e le promesse della politica. Per molte famiglie il terremoto non è un evento del passato, ma una realtà quotidiana che continua ancora oggi. Ci sono cittadini che non sono mai rientrati nella propria abitazione, attività commerciali che non hanno più riaperto e interi borghi che aspettano ancora di tornare a vivere. Se la natura ha impiegato pochi secondi per distruggere, l’uomo sta impiegando anni per ricostruire.
Cinque presidenti del Consiglio, decine di commissari e migliaia di promesse
Dal 2016 ad oggi si sono succeduti governi di ogni orientamento politico. Sono cambiati presidenti del Consiglio, ministri, commissari straordinari e strutture tecniche incaricate della ricostruzione. Ogni nuovo esecutivo ha annunciato una svolta, promettendo semplificazioni, accelerazioni e tempi certi. Alcuni risultati, soprattutto negli ultimi anni, sono arrivati ed è corretto riconoscerlo. Il numero dei cantieri aperti è cresciuto e molte abitazioni sono state finalmente riconsegnate ai proprietari. Tuttavia il problema resta evidente: il ritmo della ricostruzione continua ad essere troppo lento rispetto alle aspettative delle popolazioni colpite. Dieci anni dopo il sisma, parlare ancora di emergenza appare difficile da accettare per chi vive quotidianamente queste realtà.
La burocrazia è diventata il secondo terremoto
Se il primo nemico fu la forza della natura, il secondo è stato senza dubbio la burocrazia. Procedure amministrative complesse, autorizzazioni, verifiche tecniche, vincoli paesaggistici, ricorsi, continue modifiche normative e una mole enorme di documentazione hanno rallentato ogni fase della ricostruzione. Nessuno mette in discussione la necessità di controlli rigorosi, soprattutto quando si parla di sicurezza sismica e utilizzo di fondi pubblici. Ma quando una pratica impiega mesi, a volte anni, per ottenere tutti i pareri necessari, il rischio è che il tempo diventi esso stesso un fattore di crisi. Per molti cittadini il vero terremoto continua a chiamarsi burocrazia, perché è quella che ogni giorno impedisce di tornare alla normalità.
Amatrice resta il simbolo di una rinascita ancora incompleta
Quando si parla del terremoto del Centro Italia il pensiero corre inevitabilmente ad Amatrice. È il luogo simbolo della tragedia, quello che ogni anno torna al centro dell’attenzione nazionale durante le commemorazioni. Negli ultimi anni qualcosa è cambiato: numerosi edifici sono stati ricostruiti, molti cantieri sono finalmente partiti e il lavoro procede con maggiore continuità rispetto al passato. Tuttavia basta passeggiare su quello che rimane del centro storico per capire che la ricostruzione è ancora lontana dall’essere completata. Gru, impalcature e aree interdette fanno ancora parte del paesaggio. Per gli abitanti ogni anniversario rappresenta certamente un momento di raccoglimento, ma anche l’occasione per ricordare che la loro quotidianità è ancora profondamente diversa da quella vissuta prima del 24 agosto 2016.
Non si ricostruiscono soltanto edifici, ma comunità intere
La ricostruzione non può essere misurata soltanto contando il numero delle case completate. Un paese vive grazie alle persone, alle scuole, ai negozi, alle attività artigianali, alle piazze, alle chiese e ai luoghi di aggregazione. Molti piccoli comuni dell’Appennino hanno visto diminuire drasticamente la popolazione in questi dieci anni. Giovani famiglie hanno scelto di trasferirsi altrove, imprese hanno chiuso e servizi essenziali sono stati ridimensionati. Ogni mese che passa rende sempre più difficile invertire questa tendenza. Ricostruire significa anche creare le condizioni affinché chi è andato via possa decidere di tornare. Altrimenti il rischio è quello di consegnare ai territori edifici nuovi ma privi di una comunità che li abiti.
Le istituzioni hanno il dovere di accelerare
In occasione del decennale le più alte cariche dello Stato hanno ricordato le vittime del terremoto e rinnovato l’impegno verso i territori colpiti. È un segnale importante, che testimonia l’attenzione delle istituzioni nei confronti di una ferita ancora aperta. Ma le comunità del cratere chiedono soprattutto fatti. Negli anni sono stati stanziati miliardi di euro, sono state approvate numerose norme e sono stati messi in campo strumenti sempre più efficaci per accelerare la ricostruzione. Adesso occorre fare un ulteriore passo avanti, riducendo i tempi amministrativi e garantendo procedure ancora più snelle, senza rinunciare ai controlli ma eliminando quei passaggi che finiscono soltanto per rallentare il ritorno alla normalità.
La memoria non può durare soltanto un giorno all’anno
Ogni 24 agosto l’Italia si ferma. Le campane suonano alle 3:36, vengono letti i nomi delle vittime, si depongono corone di fiori e le televisioni tornano ad accendere i riflettori su Amatrice e sugli altri comuni colpiti. È un dovere civile ricordare chi non c’è più. Ma il rischio è che, terminate le commemorazioni, l’attenzione nazionale torni rapidamente a spegnersi. Le popolazioni del cratere non hanno bisogno soltanto di essere ricordate una volta all’anno. Hanno bisogno che il Paese continui ad accompagnarle nel percorso di rinascita, mantenendo alta l’attenzione politica, istituzionale e mediatica fino al completamento della ricostruzione.
Il terremoto insegna ancora oggi una lezione all’Italia
Il sisma del 2016 ha ricordato quanto il nostro Paese sia fragile dal punto di vista sismico. L’Italia convive da secoli con questo rischio e continuerà a farlo anche in futuro. Per questo motivo la prevenzione dovrebbe diventare una priorità nazionale. Mettere in sicurezza scuole, ospedali, edifici pubblici e abitazioni significa evitare che tragedie simili possano ripetersi con lo stesso drammatico bilancio. Investire nella prevenzione costa molto meno che ricostruire dopo un disastro e, soprattutto, permette di salvare vite umane.
Il miglior modo per ricordare le 299 vittime
Le 299 persone che persero la vita quella notte meritano molto più di una semplice commemorazione. Meritano che il loro sacrificio diventi il punto di partenza per costruire un Paese più sicuro, più veloce nelle risposte e capace di imparare dai propri errori. Dopo dieci anni, molte cose sono cambiate e la ricostruzione ha finalmente imboccato una strada più concreta. Ma resta la sensazione che si sarebbe potuto fare di più e soprattutto farlo prima. Perché il vero tributo alle vittime non sarà pronunciato durante una cerimonia ufficiale, ma il giorno in cui ogni famiglia potrà finalmente tornare a vivere nella propria casa e ogni borgo del Centro Italia colpito dalla sequenza sismica 2016/2017 tornerà ad essere pienamente vivo.
