Un boato nella notte, le finestre che tremano, le fiamme che avvolgono due auto e la paura che dilaga in un quartiere fino a ieri tranquillo. Campo Ascolano, frazione di Pomezia, alle porte di Roma, è diventato improvvisamente il teatro di un attentato che poteva trasformarsi in una tragedia.
Le vetture di Sigfrido Ranucci, conduttore di Report, e di sua figlia sono state distrutte da un ordigno rudimentale piazzato sotto casa del giornalista. L’esplosione è avvenuta nella tarda serata di giovedì: secondo le prime ricostruzioni, l’ordigno — un chilo di esplosivo collocato tra alcuni vasi accanto al cancello della villetta — non aveva timer né comando a distanza, ma una miccia accesa manualmente.
Poteva uccidere. E non è un’iperbole.
La deflagrazione è stata così potente da distruggere la parte anteriore dell’auto di Ranucci, danneggiare gravemente la vettura della figlia e rompere i vetri delle case circostanti. I vicini hanno raccontato di aver sentito un’esplosione “come una bomba in guerra”: quadri caduti, finestre sfondate, un terrore che non si dimentica facilmente. Ranucci stesso, ancora scosso, ha raccontato ai giornalisti:
“Sono tornato a casa da poco. Mia figlia aveva parcheggiato venti minuti prima. L’esplosione è avvenuta mezz’ora dopo il mio arrivo. Se fossimo stati lì, saremmo morti.”
Parole che gelano il sangue. Non si tratta di una minaccia generica, ma di un gesto preciso, calcolato, violento. Un “salto di qualità”, come lo ha definito lo stesso Ranucci, nelle intimidazioni che da anni accompagnano la sua vita.
Chi è Sigfrido Ranucci: la voce scomoda del giornalismo italiano
Per comprendere la gravità di ciò che è accaduto, bisogna ricordare chi è Sigfrido Ranucci.
Giornalista d’inchiesta, romano, classe 1961, cresciuto nella scuola di Rai 3 e nel solco lasciato da Milena Gabanelli, è da anni il volto e la mente di Report, il programma simbolo del giornalismo investigativo italiano.
Le sue inchieste hanno scoperchiato scandali politici, economici e militari, rivelando intrecci di potere, corruzione, malaffare. Ha raccontato le verità scomode sul Mose di Venezia, sugli appalti militari, sulle mafie economiche e sull’evasione fiscale dei grandi gruppi.
Non è la prima volta che subisce minacce. Ranucci vive sotto scorta dal 2014, dopo le prime intimidazioni arrivate da ambienti legati alla criminalità organizzata. In più occasioni ha denunciato pedinamenti, lettere anonime e perfino il ritrovamento di proiettili davanti alla propria abitazione. Nonostante tutto, ha continuato a fare ciò che pochi fanno ancora: porre domande, cercare prove, raccontare fatti che molti preferirebbero tacere.
Lui stesso, in un’intervista di qualche anno fa, aveva detto: “Se un giornalista smette di cercare la verità per paura, allora ha già perso la sua battaglia.”
L’attentato e le indagini dell’Antimafia
L’inchiesta sull’esplosione è ora nelle mani della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, guidata dal pm Carlo Villani e dall’aggiunto Ilaria Calò. L’ipotesi di reato è di danneggiamento con l’aggravante del metodo mafioso. Gli inquirenti non escludono nessuna pista, ma il movente appare chiaro: intimidazione.
Il messaggio è stato scritto nel linguaggio più brutale e diretto che esista: la violenza.
Sul posto sono intervenuti carabinieri, Digos, vigili del fuoco e scientifica. Si stanno acquisendo le immagini di sorveglianza della zona e analizzando i residui dell’esplosivo. Le prime analisi parlano di un ordigno rudimentale ma potente, costruito con materiale facilmente reperibile — una bomba “artigianale” ma capace di distruggere e uccidere.
Un dettaglio inquietante: l’ordigno è stato collocato esattamente nel punto in cui il giornalista parcheggia ogni sera. Non un caso, ma una conoscenza precisa delle sue abitudini.
Le reazioni: politica e società unite nella condanna
La notizia dell’attentato ha scosso l’Italia. Dal governo all’opposizione, dal mondo del giornalismo a quello della cultura, sono arrivate parole di solidarietà, ma anche di sconcerto. La premier Giorgia Meloni ha espresso “piena solidarietà e ferma condanna per il vile atto intimidatorio”.
“La libertà e l’indipendenza dell’informazione sono valori irrinunciabili delle nostre democrazie, che continueremo a difendere.” Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha disposto l’innalzamento ai massimi livelli della scorta per Ranucci, fornendogli ora un’auto blindata. Anche il Ministro Guido Crosetto dal suo profilo X: “colpita la libertà d’informazione, solidarietà al giornalista Ranucci e alla sua famiglia”.
“Un gesto gravissimo — ha detto — che rappresenta un attacco non solo alla persona, ma alla libertà di stampa.” Anche Roberto Saviano, scrittore da anni sotto protezione per le sue denunce contro la camorra, ha commentato con parole dure: “Questi atti nascono dopo campagne di fango e delegittimazione. Prima ti isolano, poi ti colpiscono. Bisogna resistere.”
Dal fronte Rai, l’amministratore delegato Giampaolo Rossi e il Cda hanno diffuso una nota in cui “si stringono attorno al giornalista” e ribadiscono che “la libertà di informazione è l’essenza vitale del servizio pubblico”.
Persino alcuni avversari politici di Ranucci, spesso critici verso i suoi servizi, hanno espresso indignazione. È raro, nel panorama polarizzato di oggi, vedere un consenso tanto trasversale. Eppure, questo attentato non lascia margini di interpretazione: è un attacco alla libertà di parola, alla funzione stessa del giornalismo.
Un attacco che riguarda tutti noi
L’ordigno esploso accanto all’auto di Sigfrido Ranucci non è solo un atto di violenza personale. È un messaggio indirizzato a ogni giornalista, a ogni cittadino che crede nella libertà di sapere. Colpire Report significa colpire l’idea che in Italia si possa ancora indagare sul potere senza pagarne un prezzo.
Negli ultimi anni, il giornalismo d’inchiesta nel nostro Paese ha subito un lento logoramento: tagli alle redazioni, querele temerarie, isolamento mediatico, campagne diffamatorie. Molti cronisti, soprattutto nei territori del Sud, vivono con la paura quotidiana. Secondo l’Osservatorio Ossigeno per l’Informazione, oltre 500 giornalisti in Italia lavorano sotto minaccia o protezione. Il caso Ranucci è solo l’ennesimo capitolo di una lunga lista: da Lirio Abbate a Paolo Borrometi, da Federica Angeli a Sandro Ruotolo. Tutti bersagliati per aver fatto il proprio mestiere.
Ma c’è una differenza. Quando una bomba esplode a pochi metri da casa del giornalista più noto della televisione pubblica, non è solo un avvertimento: è una dichiarazione di guerra. Un avvertimento all’intera categoria. Un test per capire fino a che punto la società civile reagirà.
Il contesto: delegittimazione e odio mediatico
Negli ultimi mesi Ranucci è stato al centro di campagne di delegittimazione orchestrate da ambienti politici e mediatici che da tempo mal sopportano le sue inchieste. Attacchi personali, fake news, richieste di allontanamento dalla Rai: un fuoco di fila costante che ha sicuramente aiutato a preparare il terreno a un clima d’odio.
Quando si toglie legittimità a un giornalista, lo si espone al linciaggio. Quando si accusa chi indaga di “fare politica”, lo si isola. E quando si isola, si rende vulnerabile. Lo schema è vecchio, ma efficace: prima la delegittimazione, poi la minaccia, infine la violenza. È questo che Saviano, nel suo commento, ha definito “il salto di qualità”: il passaggio dalle parole ai fatti.
Un Paese che deve decidere da che parte stare
Ci sono momenti nella storia di una democrazia in cui non si può restare neutrali. L’attacco a Ranucci è uno di questi. Non si può liquidare come “atto isolato”. È il frutto di un clima. È il sintomo di un Paese che non tutela abbastanza chi racconta le verità scomode.
Se un giornalista come Sigfrido Ranucci, volto del servizio pubblico, deve vivere blindato, sorvegliato, e adesso vedere saltare in aria la propria auto, significa che la libertà d’informazione in Italia è in pericolo reale.
Eppure, la risposta non può essere solo la solidarietà. Servono azioni: una legge che protegga chi denuncia, un argine alle querele bavaglio, un servizio pubblico che difenda i suoi cronisti, non che li lasci soli nel fuoco incrociato delle pressioni politiche.
Conclusione: la bomba e la coscienza collettiva
L’ordigno di Campo Ascolano non ha colpito solo Ranucci. Ha colpito tutti noi. Ha scosso la fiducia nella possibilità di informare senza paura. Ha ricordato che la verità, in Italia, è ancora un mestiere pericoloso. Eppure, la risposta di Ranucci resta quella di sempre: continuare. “Non mi fermo — ha detto poche ore dopo l’attentato —. Lo devo ai colleghi che rischiano ogni giorno senza scorta, e ai cittadini che hanno diritto di sapere.”
Queste parole bastano, da sole, a raccontare cosa significa oggi essere giornalisti in Italia: vivere tra la paura e la responsabilità, tra il dovere e la minaccia. La bomba contro Sigfrido Ranucci è un atto vile. Ma è anche una prova. Una prova per il Paese, per la politica, per l’opinione pubblica. Per capire se siamo ancora capaci di difendere il diritto di sapere, o se preferiamo abituarci al silenzio.
