12 Marzo 2026
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La piattaforma di delivery Glovo finisce sotto controllo giudiziario per caporalato. Un provvedimento d’urgenza firmato dalla Procura di Milano scuote il mondo del lavoro digitale e riaccende il dibattito sul cosiddetto “caporalato 4.0”. Al centro dell’inchiesta c’è Foodinho S.r.l., la società italiana del gruppo spagnolo, accusata di aver impiegato migliaia di rider in condizioni di sfruttamento, con compensi ben al di sotto della soglia di povertà. Il decreto, che dovrà essere convalidato da un giudice per le indagini preliminari, non blocca l’attività dell’azienda ma ne impone una vigilanza stringente. Viene nominato un amministratore giudiziario con l’obiettivo dichiarato di sanare le irregolarità senza compromettere i livelli occupazionali. Un equilibrio delicato tra tutela dei lavoratori e continuità aziendale. Secondo gli atti, sarebbero circa 40mila i rider coinvolti su tutto il territorio nazionale, di cui circa 2mila nell’area milanese. L’accusa è pesante: retribuzioni sotto la soglia di povertà, in alcuni casi inferiori fino al 76% rispetto ai parametri minimi e con scostamenti che arrivano oltre l’80% rispetto ai contratti nazionali di riferimento.

L’accusa di caporalato digitale

L’indagine, condotta dai Carabinieri del Nucleo Tutela del Lavoro, contesta all’amministratore unico di Foodinho di aver impiegato manodopera in condizioni di sfruttamento, approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori. La società è formalmente indagata anche per responsabilità amministrativa dell’ente. Secondo la Procura, il presunto reato sarebbe stato commesso nell’interesse e a vantaggio dell’azienda, attraverso un modello organizzativo ritenuto incompatibile con il principio di legalità. Non si parla di caporalato tradizionale. Non ci sono intermediari fisici nei campi o nei cantieri. Qui il “caporale” sarebbe un algoritmo.

L’algoritmo che governa il lavoro

Uno dei pilastri dell’inchiesta riguarda l’analisi tecnica della piattaforma digitale utilizzata dai rider. Gli investigatori hanno esaminato i database dell’applicazione, incrociando dati su tempi di consegna, geolocalizzazione, accettazione degli ordini e performance individuali. Dalle verifiche emerge una correlazione diretta tra i parametri registrati digitalmente e il profilo economico del lavoratore. In altre parole, il compenso verrebbe determinato in base a criteri algoritmici non negoziati dal rider. La Procura parla di “etero-organizzazione algoritmica della prestazione lavorativa”. I ciclofattorini risultano formalmente autonomi, spesso con partita Iva. Ma di fatto sarebbero eterodiretti dal sistema digitale, che assegna incarichi, monitora costantemente la posizione, misura le performance e incide sulle possibilità di ricevere nuovi ordini. Il nodo centrale resta però uno: come viene calcolato il compenso? Gli inquirenti evidenziano una presunta opacità nei criteri economici. Senza un’analisi approfondita dei sistemi backend, non è chiaro come l’algoritmo elabori i dati per arrivare alla cifra finale per consegna. Secondo gli atti, la determinazione economica sarebbe rimessa integralmente al software. Un meccanismo che, secondo l’accusa, produce compensi medi di circa 2,5 euro a consegna.

Retribuzioni sotto la soglia di povertà

L’analisi campionaria condotta nell’ambito dell’inchiesta fotografa una situazione allarmante. Su 24 rider esaminati in modo approfondito, 18 risultavano sotto la soglia di povertà una volta calcolato il reddito netto annuo. La soglia considerata si aggira intorno ai 16mila euro annui. Lo scostamento medio rilevato sarebbe di circa 5mila euro in meno, pari a una riduzione del 30%. In alcuni casi, la differenza raggiungerebbe quasi 12mila euro annui. In termini più ampi, circa il 75% dei ciclofattorini analizzati percepirebbe un reddito inferiore alla soglia minima per una “esistenza libera e dignitosa”, come previsto dall’articolo 36 della Costituzione. Le testimonianze raccolte delineano un quadro di forte disagio. Un rider ascoltato dagli investigatori ha raccontato: “Non siamo pagati se siamo malati. Non siamo considerati persone, ma numeri. Abbiamo fatto sciopero, ma nulla è cambiato”.

I tre pilastri dell’inchiesta

La struttura dell’indagine si fonda su tre elementi principali:

  1. Le dichiarazioni dei rider.
  2. L’analisi delle norme giuslavoristiche e costituzionali.
  3. Lo studio tecnico dell’algoritmo e dei database aziendali.

Dall’incrocio di questi tre livelli emergerebbe, secondo la Procura, un sistema caratterizzato da un controllo intenso e continuo della prestazione lavorativa. Un controllo che, pur in presenza di un contratto formalmente autonomo, si avvicinerebbe alla disciplina del lavoro subordinato. Se l’eterodirezione è significativa, lo sfruttamento economico rappresenta l’altro lato della medaglia.

Amministrazione controllata: cosa cambia ora

Il decreto di controllo giudiziario non comporta la chiusura dell’azienda. Gli organi societari restano in carica. Ma viene affiancato un amministratore giudiziario con il compito di vigilare sulla regolarizzazione delle condizioni lavorative e sulla ristrutturazione del modello organizzativo. L’obiettivo è duplice: interrompere eventuali pratiche illegali e prevenire il ripetersi di fenomeni di sfruttamento. L’amministratore dovrà verificare l’adeguatezza degli assetti organizzativi, il rispetto delle norme e la conformità delle retribuzioni ai parametri legali. Si tratta di un passaggio cruciale. Perché l’inchiesta su Glovo si inserisce in un filone più ampio di interventi della Procura milanese contro il caporalato digitale.

Il precedente e il rischio sistemico

Negli ultimi anni, il lavoro su piattaforma è diventato uno dei temi centrali del diritto del lavoro europeo. La distinzione tra autonomia e subordinazione è sempre più sottile quando la prestazione è governata da software proprietari e algoritmi opachi. Il caso Glovo potrebbe rappresentare uno spartiacque. Se le accuse verranno confermate, il modello organizzativo delle piattaforme potrebbe subire una revisione profonda. Il rischio, per le aziende del settore, è che la gestione algoritmica venga equiparata a un controllo tipico del lavoro subordinato, con conseguenze rilevanti in termini di contributi, tutele e responsabilità.

Tra tecnologia e diritti

Il cuore della vicenda non è solo giudiziario. È culturale e politico. Da un lato c’è l’innovazione. La flessibilità. La rapidità del servizio. Dall’altro lato c’è la questione dei diritti, della trasparenza e dignità del lavoro. Se l’algoritmo assegna incarichi, decide priorità, misura efficienza e determina la paga, può davvero parlarsi di lavoro autonomo? La Procura di Milano sembra suggerire che la risposta non sia così semplice. Il controllo giudiziario non è una condanna. Ma è un segnale forte. Il modello del delivery, così come è stato costruito finora, è sotto osservazione. E la partita che si apre ora riguarda non solo Glovo, ma l’intero ecosistema delle piattaforme digitali. Il lavoro del futuro passa dagli algoritmi. Ma la legalità resta una questione profondamente umana.