Il 19 gennaio 2000, ad Hammamet, in Tunisia, moriva Bettino Craxi. Moriva lontano dall’Italia, lontano da quel Parlamento che aveva attraversato da protagonista per oltre quarant’anni, lontano da quel Paese che aveva guidato nei suoi anni più delicati. Ventisei anni dopo, la sua figura non si è ridimensionata. È accaduto l’opposto. Più la politica italiana si è fatta fragile, più Bettino Craxi appare come un gigante. Non si tratta di nostalgia. È una constatazione storica. Craxi è stato uno statista in un Paese che oggi fatica perfino a produrre leader. Aveva una visione, un’idea di Stato, una concezione del potere come responsabilità e non come semplice gestione del consenso. Ed è per questo che oggi manca. Profondamente.
Il PSI prima e dopo Craxi: la rottura con il passato
Quando nel 1976 Craxi diventa segretario del Partito Socialista Italiano, il PSI è un partito marginale, schiacciato tra la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano. Craxi ne cambia l’anima. Lo fa rompendo con l’ortodossia marxista, tagliando i legami ideologici con l’Unione Sovietica e portando il socialismo italiano dentro la famiglia del socialismo europeo. È una scelta radicale. Craxi guarda alla socialdemocrazia tedesca, al riformismo francese, al laburismo britannico. Vuole un partito moderno, occidentale, di governo. Non un’appendice del PCI. Questo lo porta allo scontro frontale con Enrico Berlinguer. Craxi rifiuta il compromesso storico. Rifiuta l’idea di una democrazia bloccata. Denuncia l’ambiguità di un partito che predica autonomia ma resta legato a Mosca. In quella battaglia, oggi, si riconoscono molte delle contraddizioni irrisolte della sinistra italiana.
Il caso Moro: responsabilità contro retorica
Nel 1978, durante il sequestro di Aldo Moro, Craxi sostiene la necessità di trattare con le Brigate Rosse per salvare la vita dello statista democristiano. È una posizione scomoda, impopolare, violentemente attaccata. Craxi non difende il terrorismo. Difende il valore della vita e il principio della responsabilità politica. In un’Italia paralizzata dalla “linea della fermezza”, pone una domanda che ancora oggi brucia: può lo Stato sacrificare un uomo per salvare un principio astratto? Moro verrà ucciso, ma quella scelta rivela il tratto più profondo di Craxi: decidere, anche quando è difficile.
Craxi a Palazzo Chigi: nasce la leadership
Nel 1983 Craxi diventa Presidente del Consiglio. È il primo socialista nella storia repubblicana. Governa fino al 1987. Cinquantuno mesi. Stabilità, direzione, capacità decisionale. Sotto i governi Craxi l’Italia cresce. L’inflazione viene ridotta. La scala mobile viene riformata, tra scontri durissimi con i sindacati. L’industria viene sostenuta. L’Italia entra stabilmente nel gruppo delle grandi potenze industriali. Torna ad avere voce in Europa e nel Mediterraneo. Craxi governa assumendosi responsabilità. Non rinvia ne galleggia e Non insegue i sondaggi.
Sigonella, ottobre 1985: quando l’Italia difese la propria sovranità
La notte di Sigonella rappresenta uno spartiacque nella storia repubblicana. Dopo il dirottamento della nave Achille Lauro e l’uccisione del cittadino americano Leon Klinghoffer, i terroristi palestinesi ottengono un salvacondotto e vengono imbarcati su un aereo egiziano diretto verso la Tunisia. Gli Stati Uniti decidono di intervenire unilateralmente. Caccia americani intercettano l’aereo e lo costringono ad atterrare nella base NATO di Sigonella, in Sicilia. Washington pretende la consegna immediata dei terroristi. Per Craxi la questione è diversa. Il crimine è avvenuto su una nave italiana. La giurisdizione è italiana. E lo Stato italiano non può essere scavalcato. Sulla pista di Sigonella avviene qualcosa di inaudito. Militari italiani e forze speciali americane si fronteggiano con le armi puntate. Il rischio di uno scontro armato tra alleati è reale. Craxi tiene il punto. Resiste alle pressioni diplomatiche e alle telefonate concitate da Washington. Supera anche le divisioni interne. Alla fine, i terroristi vengono arrestati dalle autorità italiane e processati in Italia. Gli Stati Uniti sono costretti a fare un passo indietro.
Le reazioni degli Stati Uniti e di Israele
La reazione americana è durissima. L’amministrazione di Ronald Reagan parla apertamente di atto ostile. I rapporti tra Roma e Washington attraversano uno dei momenti più tesi del dopoguerra. Craxi viene dipinto come un leader inaffidabile, troppo autonomo, troppo vicino al mondo arabo. Anche Israele reagisce con estrema durezza. Craxi aveva da tempo una posizione chiara sul Medio Oriente. Difendeva il diritto alla sicurezza dello Stato israeliano, ma sosteneva anche il diritto dei palestinesi a uno Stato. Aveva rapporti diretti con l’OLP e con Yasser Arafat. Dopo Sigonella, questa postura viene vista come una minaccia politica. Craxi respinge ogni accusa. Ribadisce che terrorismo e causa palestinese non sono la stessa cosa. Confonderli significa alimentare il conflitto. È una posizione di equilibrio difficile, che gli costa isolamento ma rafforza l’autorevolezza internazionale dell’Italia. Sigonella dimostra una cosa semplice e potentissima: l’Italia può essere alleata senza essere subalterna.
Il debito pubblico: la grande mistificazione
Una delle accuse più persistenti contro Craxi riguarda il debito pubblico. È una falsificazione storica. Il debito italiano esplode dal 1981, con il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia, che fa impennare i tassi di interesse. Craxi e il PSI si opposero duramente a quella scelta, tanto da contribuire alla caduta del governo Spadolini. Durante i governi Craxi, la spesa pubblica al netto degli interessi resta stabile e in linea con gli altri Paesi europei. In alcuni anni diminuisce. Attribuire a Craxi la colpa del debito è una scorciatoia politica. I numeri raccontano un’altra verità.
Craxi, Berlusconi e il rapporto tra politica e impresa
Craxi comprende prima di altri il ruolo dei media e dell’impresa privata. Il rapporto con Silvio Berlusconi, allora imprenditore, nasce in questo contesto. Craxi difende il pluralismo televisivo, si oppone al monopolio pubblico, apre la strada a un sistema mediatico moderno. Quella scelta segnerà il futuro della politica italiana. Nel bene e nel male. Ma anche in questo caso Craxi decide. Non subisce.
Tangentopoli: la fine di un sistema e l’isolamento di Craxi
Quando all’inizio degli anni Novanta esplode l’inchiesta di Mani Pulite, l’Italia non assiste semplicemente a una serie di arresti e processi. Assiste al collasso di un intero sistema politico. Un sistema nato nel dopoguerra, cresciuto durante la Guerra Fredda, fondato su equilibri delicati, su una democrazia bloccata, su un finanziamento dei partiti che tutti conoscevano e che nessuno aveva mai davvero voluto riformare.
In quel terremoto giudiziario e mediatico, Bettino Craxi non è solo uno degli imputati. Diventa il simbolo. Il volto. Il bersaglio principale. Non perché fosse l’unico responsabile, ma perché era il più potente, il più visibile, il più scomodo. E anche perché aveva osato rompere equilibri che altri avevano sempre accettato. Il finanziamento illecito dei partiti non nasce con Craxi. È un dato strutturale della Prima Repubblica. Coinvolge la Democrazia Cristiana, il Partito Socialista, i repubblicani, i liberali. Persino il Partito Comunista, aveva beneficiato per decenni di finanziamenti esterni e di un sistema parallelo di sostegno economico. Tutti sapevano. Tutti partecipavano. Nessuno riformava. Craxi è uno dei pochi a dirlo apertamente. Lo fa in Parlamento, con un discorso che ancora oggi resta uno dei più crudi e onesti della storia repubblicana. Non nega l’esistenza del sistema. Non si proclama innocente in senso assoluto. Denuncia l’ipocrisia collettiva. Sfida l’aula a smentirlo. Nessuno lo fa. Ma quella verità, pronunciata pubblicamente, diventa la sua condanna politica.
Il processo mediatico prima di quello giudiziario
Craxi viene travolto non solo dalle inchieste giudiziarie, ma da un’ondata mediatica senza precedenti. Le immagini delle monetine lanciate davanti all’Hotel Raphael non sono solo una protesta. Sono un rito di espiazione collettiva. L’Italia scarica su un uomo solo il peso di quarant’anni di compromessi. La complessità scompare. Le responsabilità diventano monocromatiche. Craxi viene raccontato come il male assoluto, il simbolo di una politica corrotta, distante, arrogante. Non c’è più spazio per distinguere tra responsabilità penali individuali e responsabilità sistemiche. Non c’è più spazio per il contesto storico. C’è solo il bisogno di un colpevole. In quel clima, il garantismo scompare. La presunzione di innocenza diventa un concetto imbarazzante. La giustizia si intreccia con la vendetta morale. E Craxi resta sempre più solo.
Un capro espiatorio per salvare tutti gli altri
Mentre Craxi viene colpito duramente, altri protagonisti della Prima Repubblica riescono a defilarsi, a riciclarsi, a reinventarsi. Cambiano partito, simbolo e linguaggio. Alcuni diventano persino protagonisti della cosiddetta Seconda Repubblica. Craxi no. Su di lui si abbatte una vera e propria damnatio memoriae. Il Partito Socialista viene distrutto. Cancellato. Dissolto. Non riformato. Non trasformato. Eliminato. Con esso, scompare una cultura politica riformista che aveva governato l’Italia negli anni della crescita. Il paradosso è evidente: un sistema che aveva funzionato grazie a equilibri condivisi viene smantellato senza che nessuno di quei meccanismi venga davvero analizzato o corretto. Si colpiscono gli uomini, non le regole. Si abbattono i partiti, non si costruisce un’alternativa solida.
Giustizia o resa dei conti?
Col passare del tempo, una domanda diventa inevitabile: Mani Pulite è stata solo un’opera di giustizia o anche una resa dei conti politica? Per noi è un vero e proprio un colpo di stato. Craxi è stato giudicato per ciò che aveva fatto o per ciò che rappresentava? Rappresentava un’idea di politica forte, autonoma, capace di decidere.
Espressione di una sinistra non allineata, non subalterna, non ideologica. Rappresentava uno Stato che, come a Sigonella, sapeva dire no. Tutto questo, in un’Italia che stava cambiando pelle sotto la spinta di nuovi equilibri internazionali e finanziari, diventava scomodo. Craxi chiede una riforma della giustizia. Chiede che il finanziamento dei partiti venga affrontato come un problema politico, non solo penale. Chiede un processo equo. Non viene ascoltato.
L’esilio come sconfitta dello Stato
Quando Craxi lascia l’Italia e si rifugia ad Hammamet, non fugge da un mandato di cattura imminente come spesso è stato raccontato in modo semplicistico. Sceglie l’esilio perché ritiene di non avere più garanzie di un giudizio sereno. È una scelta drammatica, che segna la sua fine politica e personale. Da Hammamet continua a scrivere, a difendersi, a spiegare. Denuncia l’uso politico della giustizia. Denuncia l’ipocrisia di un Paese che lo ha prima utilizzato e poi scaricato. Ma le sue parole cadono nel vuoto. Muore nel 2000, malato, lontano dall’Italia, senza che lo Stato abbia mai compiuto un gesto di riconciliazione. Nessun funerale di Stato. Nessuna ammissione di complessità. Solo silenzio.
La rimozione storica e il problema della verità
A distanza di decenni, Tangentopoli resta una ferita aperta. Non perché abbia colpito Craxi, ma perché non ha prodotto una vera riflessione collettiva. Il sistema dei partiti è stato distrutto, ma i problemi strutturali della politica italiana sono rimasti. Anzi, si sono aggravati. La figura di Craxi continua a dividere perché mette a disagio. Costringe a guardare oltre le semplificazioni. Costringe a riconoscere che la storia non è fatta di buoni assoluti e cattivi assoluti. Ma di uomini, di scelte, di contesti. Rimuovere Craxi significa rimuovere una parte della verità sulla Prima Repubblica. E senza verità, non c’è democrazia matura.
Perché Tangentopoli non è una storia chiusa
La vicenda di Craxi dentro Tangentopoli non riguarda solo il passato. Riguarda il presente, il rapporto tra politica e giustizia e soprattutto il rischio che l’azione giudiziaria diventi supplenza politica. La condizione anche che l’illusione che distruggere i partiti significhi automaticamente migliorare la democrazia. A distanza di anni, l’Italia ha meno partiti strutturati, meno classe dirigente, meno visione. Ma non ha meno corruzione. Non ha più trasparenza. Non ha più stabilità. Questo è il vero paradosso di Tangentopoli. E questa è la domanda che il caso Craxi continua a porre, anche oggi.
Perché Craxi ci manca
Craxi manca perché aveva visione. Perché aveva coraggio, difendeva l’interesse nazionale e non aveva paura di decidere. Non cercava l’applauso facile. In un’Italia che ha smarrito la politica, Bettino Craxi resta un gigante. Non un uomo senza ombre. Ma uno statista. E gli statisti non sono mai comodi. Sono necessari. Ventisei anni dopo Hammamet, Bettino Craxi non è solo memoria. È un termine di paragone impietoso. È la misura di ciò che abbiamo perso.
