Manca una settimana al referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026 sulla riforma della giustizia, conosciuta come “legge Nordio”. Non si tratta di una consultazione qualsiasi, ma di un passaggio che incide direttamente sull’architettura costituzionale dello Stato, sul ruolo della magistratura e sull’equilibrio tra potere legislativo, esecutivo e giudiziario. La riforma è stata approvata dal Parlamento nel 2025 con la procedura aggravata prevista dall’articolo 138 della Costituzione per le leggi di revisione costituzionale, ma non avendo raggiunto la maggioranza dei due terzi in seconda lettura, è stata sottoposta a referendum confermativo. Ciò significa che la legge non è ancora in vigore: entrerà in vigore solo se prevarranno i Sì. Se invece vinceranno i No, resterà intatto l’attuale impianto della Costituzione del 1948 per quanto riguarda magistratura e CSM. La riforma nasce con l’obiettivo dichiarato di superare alcune criticità emerse negli ultimi anni, in particolare le tensioni interne al Csm e il dibattito sulle correnti della magistratura, ma anche il tema – ciclicamente sollevato – della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Per il governo, si tratta di un intervento strutturale che rafforza imparzialità, trasparenza e responsabilità. Per le opposizioni e per una parte della magistratura associata, invece, la riforma rischia di modificare in modo profondo l’equilibrio tra i poteri dello Stato, alterando il sistema di garanzie costruito dopo la fine del fascismo.
Che tipo di referendum è e perché non c’è quorum
È fondamentale chiarire un punto spesso oggetto di confusione: quello del 22 e 23 marzo non è un referendum abrogativo, ma un referendum costituzionale confermativo. Non si vota per cancellare una legge già in vigore, ma per confermare o respingere una legge costituzionale approvata dal Parlamento. Di conseguenza, non è previsto alcun quorum. Non serve cioè che voti il 50% più uno degli aventi diritto perché il risultato sia valido. Qualunque sia l’affluenza, vincerà l’opzione che otterrà la maggioranza dei voti validamente espressi. Questo aspetto rende il dato dell’affluenza politicamente significativo ma giuridicamente irrilevante ai fini della validità. Anche con una partecipazione molto bassa, il risultato sarà pienamente efficace.
Quando e come si vota: date, orari e modalità
Le urne saranno aperte domenica 22 marzo dalle ore 7 alle ore 23 e lunedì 23 marzo dalle ore 7 alle ore 15. Alla chiusura dei seggi inizierà immediatamente lo scrutinio. Già nel pomeriggio di lunedì si conoscerà l’affluenza definitiva e in serata potrebbero arrivare i primi risultati consolidati, salvo un testa a testa che richieda tempi più lunghi. Per votare è necessario presentarsi al proprio seggio con un documento di identità valido (carta d’identità, patente o passaporto) e con la tessera elettorale. Se la tessera è esaurita o smarrita, è possibile richiederne un duplicato presso l’ufficio elettorale del Comune anche nei giorni immediatamente precedenti o il giorno stesso del voto. Possono votare tutti i cittadini italiani maggiorenni iscritti nelle liste elettorali. Gli italiani residenti all’estero hanno votato per corrispondenza nelle settimane precedenti. Sulla scheda elettorale, di colore verde, comparirà il quesito che chiede se si approva il testo della legge di revisione di vari articoli della Costituzione relativi all’ordinamento giurisdizionale e all’istituzione della Corte disciplinare. L’elettore dovrà tracciare una croce sul “Sì” o sul “No”.
Cosa prevede la riforma: i punti chiave
La legge costituzionale interviene su sette articoli della Carta, incidendo su tre pilastri: separazione delle carriere, riforma del Csm, istituzione dell’Alta Corte disciplinare. Il primo punto è la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti (giudici) e magistrati requirenti (pubblici ministeri). Attualmente giudici e pm appartengono allo stesso ordine e, pur con limiti stringenti introdotti negli anni, è possibile un passaggio di funzione. Con la riforma, la scelta diventerebbe definitiva fin dall’inizio della carriera: chi entra in magistratura dovrà optare per una funzione e non potrà più cambiarla.
Il secondo punto è la divisione dell’attuale Consiglio superiore della magistratura in due organi distinti: uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri. Oggi il Csm è unico e si occupa di assunzioni, trasferimenti, promozioni e disciplina. Con la riforma, ciascun organo avrebbe competenza sul proprio ruolo. Il terzo punto è l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare, separata dal Csm, che si occuperà delle responsabilità disciplinari dei magistrati ordinari. Questo organo sarà composto da membri togati e laici con modalità che combinano elezione e sorteggio. Un ulteriore elemento riguarda il sistema di selezione dei componenti dei nuovi Csm: per i magistrati è previsto un sorteggio tra coloro che possiedono determinati requisiti, mentre i membri laici saranno scelti dal Parlamento e successivamente estratti da una lista. Secondo i promotori, ciò ridurrà il peso delle correnti; secondo i critici, potrebbe rafforzare l’influenza politica.
Se vince il Sì: gli effetti concreti sull’ordinamento
In caso di vittoria del Sì, la riforma entrerà in vigore e il Parlamento dovrà adottare le leggi attuative entro un anno. Si aprirà una fase di riscrittura delle norme sull’ordinamento giudiziario, con la creazione formale dei due Csm e dell’Alta Corte disciplinare. La separazione delle carriere diventerà definitiva e strutturale. Il pubblico ministero avrà un percorso autonomo rispetto al giudice. I sostenitori ritengono che questo rafforzi la terzietà del giudice, rendendolo più distante dall’accusa e quindi più imparziale agli occhi dei cittadini. Il nuovo sistema disciplinare concentrerà in un unico organo i procedimenti nei confronti dei magistrati, con l’intento dichiarato di rendere più trasparente e rigorosa la responsabilità. La riforma, inoltre, mira – nelle intenzioni del governo – a limitare il peso delle correnti interne alla magistratura attraverso il meccanismo del sorteggio.
Se vince il No: lo scenario invariato
Se invece prevarranno i No, la legge costituzionale sarà definitivamente respinta. Resterà in vigore l’attuale sistema: Csm unico, funzione disciplinare interna, magistratura ordinaria come ordine unitario. Continueranno ad applicarsi le regole già introdotte negli anni precedenti per limitare i passaggi di funzione tra giudice e pm. Per i sostenitori del No, questa è la scelta che tutela meglio l’indipendenza della magistratura e l’equilibrio tra i poteri disegnato dalla Costituzione del 1948. Per la maggioranza di governo, significherebbe perdere un’occasione storica di riforma strutturale.
Le posizioni politiche: scontro aperto
Il centrodestra sostiene compatto il Sì. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha difeso la riforma come un atto di coraggio politico, affermando che non si tratta di un attacco alla magistratura ma di un intervento per correggere storture e avvicinare l’Italia agli standard europei. Ha sottolineato che in molti Paesi dell’Unione europea esiste la separazione delle carriere e ha respinto le accuse di deriva autoritaria. Dall’altra parte, Partito democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra sostengono il No, ritenendo che la riforma non incida sui problemi concreti della giustizia – come la durata dei processi o la carenza di personale – ma modifichi gli equilibri istituzionali. Azione e +Europa si sono schierate per il Sì, mentre Italia Viva ha lasciato libertà di coscienza. Il dibattito è diventato acceso, con manifestazioni, eventi pubblici e dichiarazioni che hanno progressivamente trasformato il referendum in un terreno di scontro politico tra maggioranza e opposizione.
Una riforma tecnica diventata battaglia politica
Il nodo centrale è che una questione altamente tecnica – l’assetto dell’ordinamento giudiziario – è diventata oggetto di una polarizzazione politica intensa. Da un lato chi parla di modernizzazione e responsabilità, dall’altro chi evoca rischi per l’indipendenza della magistratura. In mezzo, i cittadini chiamati a esprimersi su modifiche costituzionali complesse, spesso raccontate più con slogan che con analisi dettagliate. Anche questa volta, una riforma che avrebbe richiesto un confronto istituzionale approfondito si è trasformata in una bagarre politica. Il rischio è che l’attenzione si sposti dal merito delle norme agli equilibri di governo e alle contrapposizioni tra partiti. Ma il referendum non riguarda la sopravvivenza dell’esecutivo: riguarda l’assetto della giustizia italiana per i prossimi decenni. Il 22 e 23 marzo gli elettori saranno chiamati a decidere se confermare un cambiamento strutturale o mantenere l’attuale equilibrio costituzionale. In un sistema democratico maturo, la qualità del dibattito è parte integrante della decisione. E mai come in questo caso sarebbe necessario riportare la discussione sui contenuti, sulle conseguenze e sulle garanzie, evitando che una scelta di sistema venga ridotta a semplice scontro di bandiere.
