Il mercato non fa sconti. E questa volta la reazione è stata brutale. Stellantis si presenta agli investitori con numeri pesantissimi: oltre 22 miliardi di euro di oneri straordinari, una perdita netta attesa tra i 19 e i 21 miliardi e lo stop al dividendo per il 2026. Il risultato è un crollo in Borsa che riporta il titolo ai livelli più bassi dalla nascita del gruppo nel 2021. La risposta di Piazza Affari è immediata. Il titolo Stellantis perde quasi un quarto del proprio valore in una sola seduta, scendendo in area 6 euro per azione. È il minimo assoluto dall’operazione di fusione tra PSA e FCA. Le sospensioni per eccesso di ribasso non riescono a frenare la discesa. Gli investitori leggono i dati come un segnale chiaro: la fase di transizione sarà lunga, costosa e incerta.
22 miliardi di oneri: cosa c’è davvero dietro
Il cuore della crisi sta nella maxi svalutazione annunciata nella seconda metà del 2025. Si tratta di circa 22,2 miliardi di euro di oneri straordinari, esclusi dai margini operativi, legati alla revisione profonda della strategia industriale. Non sono costi “ordinari”. Sono il prezzo di scelte fatte negli anni precedenti e oggi considerate eccessivamente ottimistiche, soprattutto sulla velocità della transizione elettrica. Una parte di questi oneri comporterà anche uscite di cassa reali, stimate in oltre 6 miliardi nei prossimi quattro anni.
Perdita netta record e flussi di cassa negativi
I numeri parlano chiaro. Per il secondo semestre 2025 Stellantis prevede:
- una perdita netta compresa tra 19 e 21 miliardi
- flussi di cassa operativi negativi
- free cash flow industriale anch’esso in rosso
Nonostante un lieve miglioramento dei ricavi rispetto alla prima parte dell’anno, il peso della ristrutturazione annulla qualsiasi segnale positivo nel breve periodo.
Stop al dividendo: una decisione obbligata
Con questi conti, il dividendo non può esistere. Il consiglio di amministrazione ha deciso di non distribuire alcuna cedola nel 2026. Una scelta dolorosa, ma inevitabile. La priorità diventa preservare liquidità e stabilità finanziaria, anche a costo di deludere gli azionisti. Contestualmente, il gruppo ha autorizzato l’emissione di obbligazioni ibride perpetue fino a 5 miliardi di euro, per rafforzare la struttura patrimoniale.
Le parole del Ceo Filosa: “Un male necessario”
A difendere la manovra è l’amministratore delegato Antonio Filosa. Il messaggio è netto: gli oneri sono un passaggio obbligato per riportare il gruppo su una traiettoria sostenibile. Secondo Filosa, Stellantis ha sovrastimato il ritmo della transizione energetica, finendo per allontanarsi dalle reali esigenze dei clienti. Ora la strategia cambia. Meno ideologia, più mercato. Più attenzione alle preferenze concrete degli acquirenti.
Consegne in crescita: l’unico spiraglio positivo
In mezzo a un quadro molto cupo, c’è un dato che offre un minimo di ossigeno. Le consegne globali mostrano segnali di crescita, soprattutto in Nord America, Sud America e in alcune aree extraeuropee. L’Europa, invece, resta sotto pressione, penalizzata da concorrenza, margini ridotti e rallentamento dei veicoli commerciali leggeri. Sono segnali incoraggianti, ma ancora insufficienti per compensare la portata della ristrutturazione in corso.
Analisti spiazzati: il turnaround richiederà tempo
Gli analisti concordano su un punto: l’entità delle svalutazioni ha sorpreso tutti. Le stime per il 2026 indicano un miglioramento graduale, ma il percorso di recupero sarà più lungo del previsto. Preoccupa soprattutto la prospettiva di nuovi flussi di cassa negativi e l’assenza, almeno per ora, di una riduzione strutturale della capacità produttiva. Il rischio è che il rilancio richieda ulteriori interventi dolorosi. Nel quadro di riallineamento strategico rientra anche la decisione su NextStar Energy. Stellantis cede il controllo della joint venture a LG Energy Solution, mantenendo però la garanzia di fornitura di batterie. Una mossa che punta a migliorare la redditività di lungo periodo e ridurre l’esposizione diretta in un settore altamente capital intensive.
Per Elkann una svolta obbligata, ma ad alto rischio
Quello di Stellantis non è solo un profit warning. È una presa d’atto. Il gruppo riconosce che alcune scelte strategiche non hanno funzionato e decide di correggerle in modo drastico. Il prezzo, però, è altissimo: perdite record, titolo in caduta libera, dividendo azzerato. Ora la vera sfida sarà una sola: dimostrare che questi sacrifici servono davvero a costruire un nuovo equilibrio. Il mercato, per ora, resta scettico.
La crisi del gruppo si inserisce in un quadro più ampio che rende il 2026 un anno particolarmente delicato per John Elkann. Le difficoltà del gruppo automobilistico, tra perdite record, crollo in Borsa e sospensione del dividendo, si sommano infatti a una serie di tensioni che investono direttamente la galassia Exor e la sfera personale del suo principale azionista. Sul fronte industriale, la perdita di valore di Stellantis pesa sul ruolo di leadership di Elkann nel capitalismo europeo, mentre sul piano finanziario il rallentamento degli asset strategici riduce i margini di manovra del gruppo. A questo si aggiungono questioni giudiziarie ancora aperte legate alla gestione dell’eredità di famiglia, con procedimenti fiscali e contenziosi civili che rischiano di protrarsi nel tempo, alimentando incertezza e pressione mediatica.
Anche il dossier Juventus resta sullo sfondo come elemento di instabilità, tra ipotesi di nuovi investitori e la necessità di garantire equilibrio finanziario al club. In questo scenario, la crisi di Stellantis non appare più come un episodio isolato, ma come uno dei nodi centrali di una fase di passaggio complessa per l’intero sistema Elkann, chiamato a dimostrare di saper reggere contemporaneamente shock industriali, finanziari e personali. Il rilancio del gruppo automobilistico diventa così una prova decisiva non solo per il futuro di Stellantis, ma per la credibilità complessiva di una delle dinastie più potenti dell’economia italiana ed europea.
