Si è conclusa la missione a Washington del Ministro degli Esteri Antonio Tajani, del cosiddetto “Board of Peace” per Gaza. L’ organismo è promosso dall’amministrazione statunitense e presieduto dal Presidente Donald Trump. L’Italia ha partecipato in qualità di osservatrice, su delega della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. La riunione è stata presentata come un momento di aggiornamento sul piano di pace. Sono 20 punti proposti dagli Stati Uniti sui progetti di ricostruzione della Striscia di Gaza. Tra i presenti, oltre ai rappresentanti americani e israeliani, figuravano osservatori europei, la Presidenza cipriota dell’Unione Europea, la Commissione europea, e figure come Nickolay Mladenov, Alto Rappresentante per Gaza.
Secondo la Farnesina, la partecipazione italiana conferma l’impegno del nostro Paese nel processo di stabilizzazione dell’area, L’obiettivo dichiarato è promuovere il disarmo di Hamas, la smilitarizzazione della Striscia e l’avvio di una ricostruzione nel rispetto del diritto internazionale e delle risoluzioni ONU.
Il ruolo dell’Italia: osservatore ma protagonista?
Tajani ha rivendicato in Parlamento la scelta di partecipare come osservatori, sottolineando che l’Italia non può aderire formalmente al Board per via dell’articolo 11 della Costituzione, che ripudia la guerra. Tuttavia, la presenza a Washington viene presentata dal governo come una scelta di responsabilità e di centralità diplomatica. Il Ministro ha ribadito che Roma non può restare ai margini di un processo che incide direttamente sulla stabilità del Mediterraneo e sugli interessi strategici italiani, inclusi i traffici commerciali nel Mar Rosso. Ha inoltre confermato l’intenzione di lavorare su un piano finanziario italiano autonomo per Gaza, focalizzato su sanità, istruzione e sicurezza alimentare, anche attraverso l’iniziativa “Food for Gaza”. Nel quadro della stabilizzazione, Tajani ha richiamato anche il ruolo dei Carabinieri italiani nella formazione delle forze di polizia palestinesi in Giordania, a Gerico e a Rafah. La linea ufficiale è chiara: l’Italia vuole essere parte della soluzione, senza schierarsi ideologicamente, ma sostenendo la prospettiva dei “due popoli, due Stati”.
Le polemiche in Parlamento
Nonostante le rassicurazioni del Ministro, la scelta del governo ha sollevato critiche compatte dalle opposizioni. In Aula, diversi esponenti hanno contestato la natura stessa del Board of Peace, evidenziando l’assenza dell’Autorità Nazionale Palestinese tra i soggetti decisionali centrali e denunciando una composizione percepita come sbilanciata. Le tensioni si sono accentuate quando Tajani ha cercato di elencare i Paesi partecipanti e ha difeso la presenza italiana sostenendo che la maggioranza dei Paesi europei fosse rappresentata. Le opposizioni hanno protestato, accusando il governo di aderire a un organismo fortemente condizionato dagli equilibri politici statunitensi e israeliani. Il punto politico è evidente: per i critici, il Board non sarebbe un tavolo neutrale per la pace, ma uno strumento di indirizzo strategico che rischia di escludere le istanze palestinesi autenticamente rappresentative.
Cos’è davvero il Board of Peace?
Il Board of Peace nasce come struttura di monitoraggio e coordinamento del processo di stabilizzazione di Gaza, con l’obiettivo dichiarato di supervisionare la ricostruzione e garantire sicurezza nell’area. Secondo l’impostazione americana, il Board dovrebbe accompagnare una fase di transizione post-bellica, sostenere la smilitarizzazione e promuovere investimenti infrastrutturali. La forza di stabilizzazione internazionale (Isf) prevista dal piano coinvolgerebbe alcuni Paesi pronti a contribuire con personale militare. L’Italia non figura tra i Paesi che forniranno soldati, ma ha scelto di mantenere una presenza diplomatica e tecnica. Tuttavia, resta aperta una questione centrale: chi guida realmente il processo e con quale equilibrio politico? La presenza nel Board di rappresentanti del governo israeliano, in una fase ancora segnata da tensioni e accuse internazionali, solleva interrogativi sulla neutralità dell’organismo.
La nostra riflessione: una scelta che lascia perplessi
Ed è qui che entra la nostra riflessione critica. La presenza del Ministro Tajani in questo Board ci appare, francamente, difficile da comprendere. Non si tratta di negare l’importanza della pace o della ricostruzione. Si tratta di interrogarsi sulla cornice politica dentro cui questa ricostruzione viene pensata. Nel Board siedono esponenti del governo israeliano, inclusi ministri che hanno avuto responsabilità dirette nella conduzione della guerra. È necessario distinguere con chiarezza tra il popolo israeliano e le scelte del governo israeliano. La critica non è rivolta ai cittadini, ma a una classe dirigente che ha guidato un “conflitto” dalle conseguenze devastanti per la popolazione civile di Gaza. Parliamo di una Striscia distrutta, di centinaia di migliaia di vittime, tra cui un numero impressionante di donne e bambini. Di un territorio devastato nelle infrastrutture, negli ospedali, nelle scuole.
In questo contesto, sedersi a un tavolo percepito come fortemente orientato verso le posizioni del governo israeliano ci sembra una scelta discutibile. Infatti senza una rappresentanza palestinese pienamente riconosciuta e legittimata, rischia di trasformare il Board in qualcosa di diverso da un vero strumento di pace. Il rischio è che la ricostruzione diventi una spartizione di fondi e progetti, una competizione tra attori internazionali per accaparrarsi spazi di influenza economica e politica, piuttosto che un autentico processo di giustizia e riequilibrio.
L’Italia, per storia e collocazione mediterranea, potrebbe svolgere un ruolo di mediazione autonoma, equilibrata, realmente orientata ai diritti e al diritto internazionale. Partecipare come osservatori può essere una scelta tattica. Ma il contesto in cui avviene questa partecipazione non può essere ignorato. La “pace” non può essere costruita sopra le macerie morali di un conflitto ancora aperto nelle coscienze. E la ricostruzione non può diventare una semplice operazione finanziaria. Per questo, pur comprendendo l’esigenza diplomatica di non restare isolati, riteniamo che la presenza italiana nel Board of Peace sollevi interrogativi politici profondi. La stabilizzazione non può prescindere dalla legittimità. E la legittimità nasce dall’equilibrio, non dall’allineamento. La pace vera richiede coraggio politico. Non solo presenza istituzionale.
