Nemmeno stavolta. L’Italia non andrà ai Mondiali. Per la terza edizione consecutiva restiamo fuori dalla competizione più importante del calcio mondiale. L’ultima presenza risale al 2014. Per rivedere gli Azzurri su un palcoscenico iridato bisognerà aspettare almeno il 2030. La sconfitta ai rigori contro la Bosnia Erzegovina, martedì 31 marzo, non è solo una delusione sportiva. È la certificazione di un declino. Dodici anni senza Mondiale per una nazione che ha vinto quattro titoli non sono un episodio. Sono un fallimento strutturale.
Gravina resiste e rimanda tutto al Consiglio
Dopo la disfatta Gabriele Gravina si presenta in conferenza stampa con Gennaro Gattuso e Gianluigi Buffon. Difende il ct. Chiede a entrambi di restare. Parla di sintonia nello spogliatoio. Poi affronta il tema inevitabile: le dimissioni. Non le annuncia. Rimanda la valutazione al Consiglio federale convocato per la prossima settimana. Ammette la responsabilità oggettiva della crisi ma invita a una riflessione più ampia. Coinvolge Leghe e club. Chiama in causa la politica. Sostiene che la federazione fa sintesi e non decide da sola. Il punto però resta semplice. Dal 2018 la guida del sistema è la sua.
Un sistema che giudica sé stesso
Il futuro del presidente verrà discusso dallo stesso organo che lo ha eletto e riconfermato senza alternative vere. Questo alimenta la percezione di autoreferenzialità. Il sistema si valuta internamente. Decide internamente. Si assolve internamente. In un Paese normale dopo tre fallimenti così gravi si aprirebbe una fase nuova. Qui si attende una riunione. La sensazione diffusa è che manchi uno scatto di responsabilità politica.
Il governo alza il livello dello scontro
Il ministro dello Sport Andrea Abodi è intervenuto con parole nette. Ha parlato di rifondazione, indicando la necessità di un rinnovamento dei vertici Figc. Ha respinto l’idea che le istituzioni siano responsabili del disastro. La maggioranza chiede un cambio radicale. C’è chi invoca dimissioni immediate. C’è chi propone un’audizione parlamentare. Il presidente della Commissione Sport della Camera ha chiesto che Gravina venga in Aula a spiegare le ragioni della disfatta. La politica entra nel dibattito in modo diretto.
Tre scenari per la Figc
Gli scenari sono chiari. Primo: le dimissioni volontarie di Gravina. Ipotesi complessa ma non impossibile, vista la pressione crescente. Secondo: il commissariamento da parte del Coni. Sarebbe un intervento straordinario e segnerebbe una rottura netta con l’attuale gestione. Terzo: nuove elezioni federali con un nome alternativo credibile. Sullo sfondo circola quello di Giovanni Malagò, profilo istituzionale con esperienza internazionale. Le prossime settimane saranno decisive per capire quale strada verrà percorsa.
Non è solo colpa di Gravina, ma qualcuno deve guidare
È corretto dirlo. La responsabilità non è esclusivamente personale. Il problema è più profondo. I vivai producono meno talento. Le scuole calcio privilegiano la fisicità alla tecnica. Le giovanili inseguono modelli tattici senza formare personalità. I club puntano su stranieri pronti invece di valorizzare i giovani italiani. Gli stadi sono vecchi. Gli investimenti insufficienti. Il livello medio si è abbassato. Tutto vero. Ma la Federazione dovrebbe guidare la riforma. Dovrebbe coordinare il cambiamento. Non limitarsi a constatare la crisi. L’ultima partecipazione risale al Brasile 2014. Da allora il vuoto. Intere generazioni di ragazzi non hanno mai visto l’Italia giocare una fase finale mondiale. È un danno culturale oltre che sportivo. L’Europeo vinto nel 2021 è stato un momento straordinario. Non ha però invertito la rotta strutturale. Il sistema è rimasto fragile.
Serve una rifondazione vera non c’è più tempo
Cambiare un presidente non basta. Ma non cambiare nulla sarebbe peggio. Servono riforme sui campionati. Incentivi concreti ai giovani italiani. Investimenti nelle infrastrutture. Programmazione tecnica di lungo periodo. Serve coraggio. La Nazionale è allo sbando non per una sera ma per anni di immobilismo. La domanda non è soltanto se Gravina debba dimettersi. La domanda è se il calcio italiano sia disposto a cambiare davvero.
