Non è la nostra guerra. La risposta europea alla richiesta di Donald Trump di intervenire nello Stretto di Hormuz è arrivata chiara, compatta e per certi versi sorprendente. Il presidente americano, nel pieno dell’escalation militare contro l’Iran, ha chiesto agli alleati Nato un supporto concreto per garantire la riapertura del corridoio marittimo da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale. Il messaggio, tuttavia, non è stato solo un appello alla cooperazione: è suonato come un avvertimento. Senza aiuto, ha lasciato intendere Trump, il futuro della Nato potrebbe diventare “molto negativo”. Le capitali europee, però, hanno preso tempo. E in molti casi hanno detto apertamente no. Germania, Regno Unito, Italia, Spagna, Francia, Grecia, Lussemburgo: nessuno ha aderito pubblicamente alla richiesta americana di inviare navi da guerra o dragamine nello stretto che separa Iran e Oman. La guerra contro Teheran – hanno spiegato in modo più o meno esplicito – non è una missione Nato e non è un conflitto che l’Europa intende trasformare in un impegno militare diretto.
Lo Stretto di Hormuz: il nodo energetico del mondo
Il centro della crisi è lo Stretto di Hormuz, passaggio strategico attraverso cui transita una quota cruciale del greggio e del gas naturale destinato ai mercati globali. Dopo l’apertura delle ostilità tra Stati Uniti, Israele e Iran, Teheran ha di fatto bloccato il traffico navale nell’area, provocando la più grande interruzione energetica degli ultimi decenni. Le quotazioni del petrolio hanno superato i 100 dollari al barile, con un aumento vertiginoso rispetto all’inizio del conflitto. L’impatto è globale: Europa e Asia dipendono in misura significativa dalle forniture del Golfo. Anche la catena alimentare rischia di subire contraccolpi, visto che attraverso quella rotta transitano fertilizzanti e materie prime essenziali. Trump ha sostenuto che sono proprio le economie europee e asiatiche a dover intervenire per prime. “È giusto che chi beneficia dello stretto contribuisca a garantire la sicurezza”, ha dichiarato, sottolineando che gli Stati Uniti, grazie alla propria produzione energetica, sarebbero meno esposti rispetto a Europa e Cina.
La minaccia di Trump alla Nato
Il presidente americano ha legato esplicitamente la questione di Hormuz al destino dell’Alleanza atlantica. In un’intervista al Financial Times ha dichiarato che, se gli alleati non risponderanno positivamente, le conseguenze per la Nato potrebbero essere gravi. Ha ricordato l’impegno statunitense in Ucraina, sottolineando che Washington non era obbligata a intervenire ma lo ha fatto per sostenere gli alleati europei. Il messaggio è stato chiaro: ora tocca all’Europa dimostrare reciprocità. Trump ha chiesto “qualsiasi cosa serva”, in particolare l’invio di dragamine e unità navali per mettere in sicurezza il passaggio. Ha espresso irritazione per il rifiuto britannico e ha ribadito che l’assenza di sostegno potrebbe danneggiare la credibilità dell’Alleanza. Il tono è stato percepito in molte capitali come un ricatto politico più che come una richiesta di cooperazione. E la risposta non si è fatta attendere.
Il no di Berlino e Londra: “Non è la nostra guerra”
La Germania ha respinto l’ipotesi di un coinvolgimento diretto. Il cancelliere Friedrich Merz ha affermato che il conflitto con l’Iran deve finire e che non è previsto l’invio di navi tedesche finché la guerra è in corso. Il ministro della Difesa Boris Pistorius è stato ancora più esplicito: “Questa non è la nostra guerra, non l’abbiamo iniziata noi”. Anche il Regno Unito ha declinato l’invito. Il premier Keir Starmer ha chiarito che Londra non intende farsi trascinare in un conflitto diretto contro l’Iran. Downing Street ha preso le distanze dall’idea di un intervento militare offensivo, limitandosi a ipotesi di supporto tecnico circoscritto. Il rifiuto britannico ha irritato particolarmente la Casa Bianca, che considerava Londra l’alleato più affidabile in questo frangente. La frattura tra Washington e Londra appare, in questa fase, una delle più significative degli ultimi anni.
L’Unione europea prende tempo: il dossier Aspides
A Bruxelles il confronto è stato serrato. I ministri degli Esteri dei Ventisette hanno discusso l’ipotesi di intervenire attraverso una modifica della missione europea Aspides, nata nel 2024 per proteggere il traffico mercantile nel Mar Rosso dagli attacchi degli Houthi. Aspides ha un mandato difensivo e circoscritto. Un’estensione allo Stretto di Hormuz richiederebbe una revisione formale, con un consenso politico che al momento non esiste. Germania e Spagna hanno espresso contrarietà a un ampliamento del mandato. Anche l’Italia ha ribadito che la missione non può essere trasformata in un’operazione di guerra in un nuovo teatro. L’Alto rappresentante Ue per la politica estera, Kaja Kallas, ha evocato la possibilità di un’iniziativa sotto l’egida delle Nazioni Unite, sul modello dell’accordo sul grano ucraino nel Mar Nero. L’idea è favorire una soluzione diplomatica che garantisca la libertà di navigazione senza trasformare la crisi in uno scontro diretto tra Nato e Iran.
La posizione italiana: diplomazia prima delle armi
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha confermato che l’Italia non entrerà in guerra e che l’obiettivo resta la tutela del traffico nel Mar Rosso senza estendere il mandato a Hormuz. L’Italia guida la missione Aspides e si è detta disponibile a rafforzarla, ma solo nell’ambito del mandato attuale. La linea di Roma è allineata a quella europea: priorità alla diplomazia, no a un coinvolgimento militare diretto nello scontro tra Stati Uniti e Iran. Anche sul piano politico interno, governo e opposizione hanno mostrato una convergenza sul rifiuto di entrare in guerra.
Un’Europa cauta tra energia e Ucraina
L’Europa è consapevole dell’impatto energetico della crisi, ma è altrettanto consapevole dei rischi di un’escalation. Molti governi ritengono che l’Ucraina resti la priorità strategica per la sicurezza continentale. Un nuovo fronte militare in Medio Oriente rischierebbe di disperdere risorse e attenzione. Inoltre, un intervento diretto in Hormuz potrebbe provocare reazioni iraniane imprevedibili, coinvolgendo infrastrutture energetiche e basi militari nella regione. L’ipotesi di un’operazione di terra o di una missione anfibia è considerata ad altissimo rischio.
Trump isolato: pressing senza strategia chiara
La sensazione che emerge dalle capitali europee è che la Casa Bianca stia esercitando una pressione crescente senza aver definito una strategia di uscita dal conflitto. Le dichiarazioni di Trump alternano rassicurazioni, minacce e aperture a possibili coalizioni di “volenterosi”, ma senza un quadro coerente. Il piano B evocato da alcuni ambienti americani – un intervento più diretto contro infrastrutture iraniane – presenta rischi enormi di allargamento regionale. Teheran ha già avvertito che un’invasione terrestre sarebbe considerata illegale e paragonabile a un nuovo Vietnam per gli Stati Uniti. In questo contesto, l’Europa ha scelto la prudenza.
Conclusione: un no europeo e una strategia americana incerta
La richiesta di Trump di coinvolgere la Nato nella crisi di Hormuz ha aperto una crepa significativa nei rapporti transatlantici. L’Europa, pur consapevole delle implicazioni energetiche, non intende trasformare una guerra americana in una missione dell’Alleanza. Il presidente statunitense insiste nel descrivere l’Iran come “letteralmente distrutto”, ma allo stesso tempo chiede aiuto per gestire le conseguenze di un conflitto che non appare sotto controllo. La sensazione è che Washington non abbia una soluzione chiara per chiudere la guerra e stia cercando di condividerne costi e rischi con gli alleati. Per ora, però, la risposta europea è netta: non è la nostra guerra. E finché non emergerà una strategia credibile di de-escalation, il coinvolgimento militare dell’Europa resterà, con ogni probabilità, fuori dal tavolo.
