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Il Consiglio Affari Esteri riunito a Lussemburgo non ha preso alcuna decisione sulla sospensione dell’Accordo di Associazione tra Unione Europea e Israele. Né stop totale né sospensione parziale, né interruzione di programmi specifici come Horizon Europe. La richiesta avanzata da Spagna, Irlanda e Slovenia, sostenuta da oltre un milione di cittadini europei attraverso un’iniziativa legislativa, si è scontrata con un muro politico: non ci sono i numeri. E soprattutto non c’è la volontà condivisa. A bloccare l’iniziativa sono state Italia e Germania, determinanti nel congelare qualsiasi ipotesi di rottura strutturale con Gerusalemme.

L’Accordo di Associazione al centro dello scontro politico

L’Accordo di Associazione Ue-Israele rappresenta il pilastro delle relazioni economiche e diplomatiche tra le due parti. Regola il commercio, la cooperazione scientifica, l’accesso ai programmi di ricerca europei e il dialogo politico strutturato. Sospenderlo significherebbe imprimere una svolta radicale ai rapporti bilaterali. I Paesi favorevoli allo stop ritengono che la clausola sui diritti umani contenuta nell’accordo imponga una reazione di fronte alla situazione a Gaza e alle violenze in Cisgiordania. I contrari, invece, sostengono che la sospensione avrebbe effetti limitati sul governo israeliano e colpirebbe soprattutto la popolazione civile. Senza unanimità o maggioranza qualificata, però, la questione resta ferma.

La linea italiana: sanzioni mirate, non rottura commerciale

Antonio Tajani ha chiarito la posizione italiana: non ci sono le condizioni numeriche né politiche per sospendere l’accordo. Secondo il ministro degli Esteri, è preferibile adottare sanzioni individuali contro i responsabili delle violenze, in particolare contro i coloni estremisti in Cisgiordania, piuttosto che bloccare uno strumento commerciale che coinvolge l’intero Paese. Tajani ha ribadito la condanna dell’espansione degli insediamenti, l’opposizione a qualsiasi annessione della Cisgiordania, la contrarietà alla pena di morte e ai bombardamenti contro civili, ma ha distinto tra critica politica e rottura economica. L’idea è mantenere un canale di dialogo aperto, evitando misure che potrebbero risultare controproducenti.

L’asse Roma-Berlino e il peso della Germania

La posizione italiana coincide con quella della Germania. Berlino considera la sospensione dell’accordo una misura inappropriata e preferisce un dialogo critico ma costante con Israele. Il peso demografico e politico tedesco all’interno dell’Unione rende impossibile qualunque maggioranza qualificata alternativa. Senza un cambio di linea da parte di Germania o Italia, qualsiasi tentativo di sospensione è destinato a fallire. Al gruppo dei contrari si aggiungono Austria, Repubblica Ceca, Bulgaria, Slovacchia e l’Ungheria di Viktor Orbán, tradizionalmente schierata su posizioni filo-israeliane in sede europea.

Il fronte favorevole allo stop e la pressione politica

Spagna, Irlanda e Slovenia continuano a spingere per un segnale forte. Per Madrid la situazione a Gaza è ormai insostenibile e non compatibile con relazioni inalterate. Il ministro spagnolo José Manuel Albares ha sottolineato che l’Unione deve parlare con una sola voce e dimostrare coerenza rispetto ai propri valori fondativi. Anche una parte significativa del Parlamento europeo e numerose organizzazioni per i diritti umani denunciano l’inerzia europea come un grave errore politico e morale. Oltre un milione di firme raccolte in pochi mesi testimoniano una mobilitazione che va oltre le dinamiche diplomatiche.

Il nodo della credibilità europea

La mancata decisione riapre il dibattito sulla credibilità dell’Unione Europea come attore internazionale fondato sulla tutela dei diritti umani. L’Alta Rappresentante Kaja Kallas ha ammesso che non c’è stato alcun cambio di posizione tra gli Stati membri e che le discussioni proseguiranno. Ha inoltre messo in dubbio l’efficacia concreta di una sospensione dell’accordo, sostenendo che non è garantito che essa fermerebbe l’espansione degli insediamenti. Tuttavia, il problema non è solo giuridico ma politico: l’assenza di una risposta unitaria alimenta la percezione di un’Europa divisa e incapace di tradurre i propri principi in atti concreti.

Le alternative possibili: restrizioni mirate e dazi selettivi

Pur escludendo la sospensione dell’accordo, alcuni Stati membri stanno valutando misure intermedie. Francia e Svezia hanno proposto restrizioni commerciali sui prodotti provenienti dagli insediamenti in Cisgiordania. La Commissione europea potrebbe analizzare la fattibilità giuridica di eventuali misure mirate, senza intaccare l’intero impianto dell’Accordo di Associazione. Sarebbe una soluzione tecnica che consentirebbe di inviare un segnale politico, evitando una rottura totale ma introducendo strumenti di pressione selettiva.

Un’Europa divisa su Israele, più compatta su altri dossier

La divisione emersa su Israele contrasta con una maggiore compattezza europea su altri fronti, come le nuove sanzioni contro cittadini iraniani coinvolti nelle tensioni sullo Stretto di Hormuz. Questa asimmetria alimenta inevitabilmente il dibattito interno sulla coerenza delle politiche estere europee. Per alcuni osservatori, l’Unione appare più determinata quando si tratta di altri attori regionali rispetto a quando deve confrontarsi con Israele, partner strategico e interlocutore chiave in Medio Oriente.

Conclusione: nessuna decisione oggi, ma il dossier resta aperto

Il Consiglio Affari Esteri si è chiuso senza svolte. L’Accordo Ue-Israele resta in vigore. Italia e Germania hanno scelto la linea delle sanzioni individuali e del dialogo critico, respingendo l’ipotesi di sospensione. Spagna, Irlanda e Slovenia promettono di non abbandonare la battaglia politica. Il tema tornerà sul tavolo, perché la pressione interna ed esterna non accenna a diminuire. Per ora, però, il messaggio che esce da Lussemburgo è chiaro: l’Unione Europea resta divisa, e senza unità politica nessuno strumento giuridico può trasformarsi in azione concreta. Noi come Italia abbiamo perso un’altra occasione per dimostrarci obiettivi e senza pressioni politiche da parte di paesi esteri. Ma si sà, l’Italia resta ancora una colonia USA e quindi sotto scacco delle volontà di Washington e Tel Aviv.